Le sue battaglie, condivisibili o meno, hanno segnato la nostra storia
Questa volta è diverso, scrive Antonio Macaluso sul Corriere della Sera. Questa volta è diverso, è vero, ma la battaglia, spesso solitaria, di Marco pannella, in fondo è sempre la stessa. E non è solo una battaglia in nome del pluralismo dell’informazione – perché oggi solo il 3% degli italiani sarebbe a conoscenza dell’esistenza della lista pannella-Bonino alle elezioni europee – o dei diritti civili – l’aborto, il divorzio, le unioni civili, il testamento biologico – come tante volte in passato. È sempre una battaglia in difesa della libertà. E delle libertà che fondano la nostra democrazia. Una battaglia portata avanti con testardaggine, a volte, anche a costo di scontrarsi, e duramente. Anche a costo di essere in minoranza. Anche a costo di sapere da subito che sarà una battaglia persa.
Forse con il tempo ci siamo tutti abituati a considerare gli scioperi della fame e della sete, le proteste e i comizi, nient’altro che “teatrino della politica”. Ma dietro ognuna di queste battaglie, che si possono di volta in volta condividere o meno, c’è forse un po’ di narcisismo, ma nessun calcolo politico o elettorale – e la storia personale di pannella e di tanti radicali lo dimostra con grande evidenza – e, soprattutto, non c’è nessun teatrino. C’è solo la politica, quella vera. Quella che rifiuta ogni forma di qualunquismo compromissorio o populista, che non nasconde i problemi sotto il tappeto, ma li solleva. Che non li attutisce, non li avvolge nell’ovatta, non li edulcora. Ma, anzi, li indica all’opinione pubblica, li sottolinea, li amplifica. Senza la paura di dividere, di creare discussione, di aprire un dibattito vero. E soprattutto senza la paura di creare dubbi. Perché se la contrapposizione ideologica, e lo sa bene il nostro paese, è nociva per una democrazia – ma i radicali sono una costola della storia liberale, e le ideologie le hanno combattute, e le combattono, tutte – il confronto, anche molto duro, sui temi concreti e sulle questioni che toccano le vite e le coscienze è, invece, quanto mai salutare e necessario per una democrazia matura. Un confronto che si inserisce sempre, però, nel quadro di un ordinamento democratico condiviso, e che anzi si muove proprio in nome di quell’ordinamento in cui ci si riconosce tutti.
Per questo, a prescindere dalle idee politiche, dalle convinzioni religiose, o anche dalla simpatia personale, siamo tutti figli di Marco pannella. Siamo tutti figli dei suoi referendum, dei suoi digiuni, dei suoi bavagli. «Un contributo alla vita civile e democratica del paese unanimemente riconosciuto»: sono parole del presidente della Camera; e dal presidente della Repubblica è arrivata «piena comprensione» all’ottantenne leader radicale. Una doppia risposta anche a chi, con fastidio, ha sempre voluto interpretare i gesti di pannella come dei “ricatti” nei confronti dello Stato e delle istituzioni. Ma questa volta è diverso. C’è la paura che questa battaglia sia l’ultima. Per questo è il momento di abbandonare l’indifferenza e la pigrizia. Perché non si può lasciare da solo chi – come lo ha definito giustamente Macaluso – è un «pezzo pregiato della nostra storia repubblicana».
@ 2009 Associazione Luca Coscioni. Tutti i diritti riservati