Saramago serial-blogger

Luca Mastrantonio

Che la democrazia partecipativa sia in pericolo te ne rendi conto subito, quando la coppia seduta in prima fila sul palchetto del Teatro Quirino, che quasi sfiora il palcoscenico, dice: «Da qui si vede benissimo… è perfetto… anche se uno gli vuole sparare… meno male che a Giosè qui gli vogliamo tutti bene…».

Roma è l’ultima tappa di un tour che ha portato José Saramago in giro per il nord-Italia Torino, Alba, Milano – per promuovere il suo libro Il quaderno, raccolta dei post scritti sul blog, pubblicato da Bollati Boringhieri dopo il no dell’Einaudi a un libro che insulta Berlusconi e l’Italia patria di mafia e camorra. Saramago ha cancellato le ultime interviste perché, sottolineano persone del suo entourage, «sta male, davvero male, non si regge in piedi, è malato, è già morto una volta, poi risorto, dopo solo tre ore, Cristo ci ha messo tre giorni, non hai letto il libro?». Il libro che per i fan è un Vangelo secondo José, è una raccolta dei testi pubblicati sul blog cui Saramago ha lavorato, spinto dalla moglie, la giovanissima – rispetto agli 86 anni di Saramago – traduttrice Pilar del Rio. Un libro pieno di guizzi d’ingegno e schizzi di superficialità, anche perché Saramago ha scritto su tutto. Parlando della «gripe suina», copiò male un articolo del Guardian senza citare la fonte, e poi dovette chiedere scusa per l’accaduto (ma Repubblica non se ne accorse e lo pubblicò lo stesso). Il libro comunque ha il pregio di essere un breviario dei pensieri di Saramago oggi. Risponde esaustivamente a quelle domande politiche che, in genere, vengono rivolte agli scrittori e puntualmente eluse, con un pudore ipocrita: «Io parlo attraverso i miei romanzi» ti dicono sdegnati. Saramago no, è un grande scrittore e un intellettuale militante. Comunista, radicale – al Quirino lo accompagna Marco Cappato – e violentemente antiberlusconiano. Ma anche antiveltroniano. Scrive il 18 febbraio 2009: «E appena giunta la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Ben vengano, il suo Partito democratico, cominciato come una caricatura di partito, è finito, senza parole né progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica. Le speranze che vi avevamo riposto sono state defraudate dalla sua indefinitezza ideologica e dalla fragilità del suo carattere personale. Veltroni è responsabile, certo non l’unico, dell’attuale congiuntura, il maggiore, dell’indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come il salvatore. Pace all’anima sua». Su chi punta Saramago? Sull’Italia dei valori, sponsorizzata sul Pais da Camilleri e Flores D`Arcais. «II piccolo partito di Antonio Di Pietro, l’ex magistrato di Mani Pulite, può diventare il revulsivo di cui l’Italia ha bisogno per arrivare a una catarsi collettiva che risvegli all’azione civica il meglio della società italiana». Sul palco con Saramago ci sono Giacomo Marramao e la professoressa Lanciani, amica di vecchia data e collega. Autrice, nella serata, di una battuta allucinante, che conferma il tono necrofilo della serata: «Saramago è un vecchio amico, anzi, un amico di vecchia data, che sennò lui si offende. Come collega è davvero strano: in genere tra professori accademici ci si augura la morte degli altri professori – dice – e invece quando abbiamo saputo che Saramago stava morendo abbiamo sperato che si riprendesse. Secondo me è morto per finta, per dimostrare che lui è morto e risorto dopo sole tre ore, mentre Cristo ci ha impiegato tre giorni». Saramago-Lazzaro, sul palco, sembra la radiografia di se stesso. Un grillo parlante allungato, curvo, elegante nelle poche movenze. Tradisce, nel tono di voce rauco e stentato, il suo stato di salute. «Mi mancano pochi anni, sono già morto, e poi tornato in vita, ma penso che ci siano due tipi di morte: la morte e la morte vera e propria. Io ho vissuto la prima, mi manca la seconda». Risate in platea e sui palchi. Sono le uniche risate, assieme a quelle sulla battuta contro i consigli ai giovani scrittori («non avere fretta, non avere tempo»), che non nascono dagli attacchi a Berlusconi. L’apoteosi è riservata alla moglie, Pilar del Rio, che sale sul palco a parlare di come ha convinto Saramago ad aprire un blog: «Le donne oltre a essere belle sono anche intelligenti, capito Silvio Berlusconi?». Parlando dell’Italia, Saramago parla di un fascismo strisciante contro cui lottare, anche se parla di un paese da secessione (parla di due Italie – a ragion veduta – lo scrittore portoghese che vorrebbe fondere Portogallo e Spagna). «Ci sono due Italie. Voi parlate una lingua che ha unificato il paese, ma l’italiano che parla Silvio Berlusconi non è l’italiano che parla Rita Levi Montalcini. Voi dovete scegliere tra le parole di Rita Levi Montalcini – ogni volta che dice il suo nome, Saramago si blocca tra «Mon» e «talcini», scollinando col fiatone – e i pensieri che Silvio Berlusconi non ha. Ci sono periodi più o meno felici, pagine di storia più o meno nere, ma le vittorie e le sconfitte non sono mai totali. Il fascismo? Non dico che sia dietro l’angolo, ma è ovunque. Non tornerà con le camicie nere e saluto romano, ma veste Armani e usa l’acqua di colonia e ha molti soldi, molti soldi per continuare il suo processo di corruzione». Il teatro viene quasi giù dagli applausi quando Saramago dice che «Berlusconi è un politico e una persona indecente. Si tratta di un esibizionista sessuale. Ma perché gli italiani l’hanno scelto per tre volte? Forse questi italiani sono d’accordo con lui», s’illumina Saramago. «Da troppi anni – dice – in Italia c’è questo problema. Io vi chiedo perché avete questa grande cultura e avete anche Silvio Berlusconi? Silvio Berlusconi rappresenta le tenebre…». Verrebbe voglia di rispondergli con la frase di Orson Welles nel Terzo uomo, che la pace in Svizzera ha prodotto l’orologio a cucù e l’età corrotta dei Borgia invece ha prodotto il Rinascimento, ma ovviamente non c`è spazio. Non è un dibattito, sebbene Marramao parli della serata come dell’esperimento di una «nuova esperienza di sfere pubbliche». Bisogna portare avanti istanze critiche, dice. La ricetta che Saramago suggerisce, con una preterizione, è piuttosto radicale. «Berlusconi è indecente perché non chiede scusa e perché continua il suo processo di corruzione. Noi in Portogallo abbiamo abbattuto la dittatura con un colpo di stato». Poi fa marcia indietro: «Non dico che dovete fare lo stesso in Italia, ma perché non usate il voto per cambiare? Trovatene uno decente…» Qualcuno, basito, si chiede se si tratti di un endorsement per Luca Cordero di Montezemolo, o Mario Draghi, o direttamente Rita Levi Montalcini. Un golpe bianco. Bianchissimo. Saramago, con sincero rammarico, si dichiara deluso dal mancato incontro con Roberto Saviano, che doveva essere la sorpresa della serata: «Mi avevano promesso che lo avrei incontrato, finalmente, e abbracciato». Ma niente. Un attore del teatro, che ha letto alcune pagine di Saramago, spiega che Saviano è stato bloccato, all’ultimo, «per motivi di sicurezza». A questo punto è lecito chiedersi se le persone al teatro sono in pericolo di vita, se ci sono talpe nei servizi di sicurezza… Ripenso alla frase innocente della coppia di prima. Ma qui l’unico pericolo è quello di non saltare assieme, come si fa allo stadio. Accanto a me c`è un signore che per un’ora e mezza ha tenuto il braccio proteso in avanti per registrare la serata. Per applaudire appoggiava il registratore sul bracciolo e batteva le mani forte, come i portavoce nascosti dietro i politici ospitati nei talk show. Alla fine, dopo avermi studiato per un’ora, mi chiede perché non applaudo. Gli rispondo che sono lì per lavoro, che devo prendere appunti, non mi va di applaudire. Scuote la testa, spegne il registratore, si alza in piedi per salutare Saramago e mi liquida come portatore di una illecita istanza critica.