“Così infrango la prigione dei bambini bolla”

Monica Mazzotto

Ricerca scientificaUno starnuto di Laura e sua mamma teme che la figlia possa perdere qualche giorno di scuola. Uno starnuto e la mamma di Pietro teme che il figlio possa perdere la vita. I nomi sono di fantasia, la malattia no. E’ la «Scid» (Severe Combined Immuno Deficiencies), una gravissima forma di immunodeficienza, caratterizzata dall’assenza dei linfociti B e T.

Queste cellule sono addette al riconoscimento degli agenti esterni che invadono quotidianamente il nostro corpo, dai virus ai batteri, dai funghi ai protozoi, e sono le sentinelle che danno l’allarme e «istigano» il sistema dei fagociti, le cellule addette ad annientare il nemico. Un sistema di difesa quasi perfetto, che vince la maggioranza degli attacchi esterni, quasi sempre senza neppure accorgerci delle battaglie. I bambini malati di «Scid», invece, non avendo un vero e proprio sistema immunitario, sono in balia di qualsiasi infezione e anche un raffreddore può essere fatale. Appena nati non presentano particolari sintomi, dato che sono ancora protetti dagli anticorpi della madre, ma poco dopo, dai 3 ai 6 mesi, iniziano a manifestare le prime infezioni: gastroenteriti, bronchiti e sinusiti e via via quadri clinici sempre più gravi. Fino a quando il loro corpicino non si arrende. La patologia per fortuna è rara: nasce così un bambino su 75 mila e le piccole vittime sono chiamate «Bubble boys» (bambini bolla), dal nome dato dai media al più tristemente famoso malato di «Scid»: era l’americano David Vetter, un bambino degli Anni 70. David passò i primi 3 anni in ospedale in una «culla isolata» e i restanti 10 della sua breve vita li passò a casa, in una «bolla» sterile, isolato da tutti e da tutto. Da questa prigione uscì 8 volte: 7 grazie a una tuta costruita dalla Nasa, e l’ottava quando venne trasferito in fin di vita in ospedale, dopo un trapianto di midollo andato male. Quella fu l’unica volta in cui sentì gli odori, il tocco della mano di sua madre e la voce non distorta dai millimetri di plastica che l’avevano separato dal mondo. Oggi, grazie anche agli studi compiuti su David, si sono fatti molti passi in avanti e la terapia genica ha fornito un’arma formidabile. Il primo centro che ha studiato la forma X-Scid, la variante legata al cromosoma X, è l’Ospedale Necker dell’Università René Descartes di Parigi, dove un’italiana lavora come responsabile del dipartimento di Bioterapie: è Marina Cavazzana Calvo. «Per oltre 20 anni mi sono occupata soprattutto di bambini con deficit immunitari costituzionali gravi – racconta la ricercatrice, che interverrà al festival della scienza di Bergamo il 9 ottobre . -Fino a pochi anni fa l’unica speranza veniva dal trapianto di midollo osseo». La terapia, però, non è sempre risolutoria e soprattutto i donatori compatibili si trovano solo nel 30% dei casi. Inoltre i trapianti sono difficili e si possono verificare molte complicazioni, come il rigetto o la reazione del trapianto contro il ricevente. «Ci siamo quindi chiesti – continua Cavazzana Calvo – se queste patologie potessero essere curate con la terapia genica e così abbiamo iniziato una serie di test destinati, da una parte, a correggere il sistema immunitario e, dall’altra, a minimizzare le tossicità della cura». Il percorso, iniziato nel `99, è stato lungo e difficile, pieno di gioie e dolori come accade a chi lavora in prima linea nella ricerca. La terapia genica consiste nel prelevare le cellule staminali malate dal midollo osseo dei bambini e poi inserirvi, grazie a un virus, una copia sana del gene, rinfondendo nel paziente la cellula «corretta». Una volta che le cellule sane raggiungono il midollo osseo, si spera che inizino a produrre linfociti sani. I primi a essere inseriti nella cura sperimentale furono 2 bambini di 8 e 10 mesi, poi al gruppo se ne sono aggiunti altri 8, gravemente malati e senza donatori compatibili. Una volta compiuta la correzione delle cellule staminali e reinserite le cellule sane, si doveva aspettare e capire se il midollo osseo avrebbe prodotto i linfociti sani. «Il momento più bello – ricorda la ricercatrice – è stato quando, dopo 2 mesi dall’inizio della cura, ci siamo accorti che il primo paziente, grazie alla terapia genetica, fabbricava qualche linfocita T. Non mi dimenticherò mai quel momento». Purtroppo, però, dopo una partenza entusiasmante, è arrivato il momento del dolore. «Dopo 3 anni uno dei bambini è tornato con una grave complicazione – ricorda la professoressa -. Era inaspettata: aveva sviluppato una forma di leucemia. Nulla lasciava prevedere che potessimo avere un effetto collaterale così grave». Il quadro si complicò ulteriormente e dopo diversi mesi, di quei 10 bambini, 4 svilupparono la stessa patologia. «Anche se negli altri la terapia continuava a dare ottimi risultati senza effetti collaterali – spiega – sospendemmo la sperimentazione per capire che cosa fosse successo». Dei 4 bambini al momento 3 hanno conosciuto la remissione completa della leucemia e dopo la chemioterapia hanno generato un sistema immunitario normale. Il quarto, purtroppo, non ce l`ha fatta. «E` terribile: sono terapie nuove e bisogna tenere presente che sono bambini con malattie gravissime che senza cure muoiono entro il primo anno. Quindi sono tentativi che ci possiamo "eticamente" permettere». In Inghilterra è stato fatto lo stesso «trial» su 10 bambini e uno solo ha sviluppato la leucemia, mentre in Italia, a Milano, Alessandro Aiuti, assieme a Maria Grazia Roncarolo e Claudio Bordignon, hanno compiuto un altro «trial» simile, ma su un’altra forma, l’Ada-Scid, e non hanno conosciuto le complicazioni verificatesi in Francia e in Inghilterra. «E` probabile – ipotizza Marina Cavazzana Calvo – che sia la diversa forma di Scid a creare le complicazioni, perché il virus usato in Italia e in Francia è praticamente lo stesso». Ma, ovviamente, i risultati positivi ottenuti sia a Parigi sia in Italia hanno incoraggiato i ricercatori a continuare. «Attualmente abbiamo cambiato i vettori virali e abbiamo apportato alcune modifiche: il prossimo anno ripartirà un nuovo trial di cura. Purtroppo, come ogni atto terapeutico di questo genere, possiamo essere sicuri che i bambini siano guariti solo quando saranno adulti. Ma – aggiunge – bisogna guardare al grande risultato che c’è stato. Oggi questi bambini curati alla fine degli Anni 90 hanno sui 10 anni, sono sani, e conducono una vita normale». Una vita fatta di giochi e corse e di baci e strette di mani. Senza il terrore di virus e batteri. Una vita fuori dalla bolla.