La tragicamente scomoda verità

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Marco Pannella
Occhiello

Da Al Gore al vertice di Copenaghen

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PannellaPannellaUn pasto che comprenda carne e latticini – secondo una recente inchiesta della quale ha dato grande risalto, addirittura in prima pagina, il quotidiano francese Le Monde – equivarrebbe, in quanto a emissioni di gas serra, a 4.758 chilometri percorsi in automobile, rispetto ai 629 chilometri di un pasto che faccia a meno di carne e latticini. La Fao calcola che il 18 per cento delle emissioni totali di gas serra sia dovuto all’allevamento. E il consumo medio per un abitante del pianeta, oggi pari a 28 chili di carne l’anno, passerà a 37 chili nel 2030.

Sono numeri –analogamente a quelli di altre realtà di “consumo” a forte impatto ambientale da parte dell’essere umano – che diventano significativi soprattutto alla luce del fatto che, come sostiene il consenso dei demografi, da qui a quarant’anni saremo più di 9 miliardi a vivere sulla Terra. Eppure, a fronte di tutto questo, tanto il primo Al Gore (quello de “Una scomoda verità” per intenderci), tanto i leader mondiali riuniti a Copenaghen, preferiscono l’ostracismo e la censura.
Quello che una parte dominante dell’umanità esprime è una reazione antropologica della specie umana che per millenni si era difesa e affermata attraverso la propria moltiplicazione numerica. Così la forza del numero è stata sacralizzata nel corso dei millenni. Da ciò deriva un terrore ancestrale dinnanzi all’evoluzione della specie che invece è sempre più caratterizzata dalla sua forza intellettuale e intellettiva, con la conseguente valorizzazione della specifica fisicità umana che tende a fare dell’amore, della sessualità, una componente fondamentale della felicità del vivere. Inclusa proprio la felicità di concepire la nuova vita, di non limitarsi a procrearla per e con istinto.
Al concepire liberamente con intelligenza e responsabilità si risponde con le sacralizzazioni “etiche” di materiali processi biologici, che investono in modo ossessivo gameti, zigoti, embrioni, etc., attribuendo loro – nella migliore delle ipotesi – “la dignità” di persone. In questo modo, tra l’altro, la religione cattolica annulla in modo manifesto quasi 2.000 anni di propria teologia che situava il momento della piena animazione soprattutto nel momento della natalità assoluta, tanto che solo per il nato c’era la possibilità di prendere i sacramenti. Anche in quasi un secolo di potere comunista sovietico, come d’altronde in altri regimi totalitari, il richiamo al necessario numero in nome della necessaria potenza si è imposto. E poi quel richiamo, con la stessa violenza autoritaria, si è precipitosamente convertito, nel caso del regime cinese per esempio, nella predicazione della compressione forzata delle nascite.
C’è un nesso profondissimo tra la grande assenza di Copenaghen – quella della demografia, appunto -, e la polemica sulle questioni della cosiddetta “bioetica”. L’ideologia natalista, per intenderci, è la stessa dei feticisti dell’embrione di cui sopra, è espressione anch’essa di quel loro terrore per l’evoluzione della responsabilità e della libertà. Un terrore ancora tanto vincente da mettere in pericolo la vita del pianeta e dell’umanità, che prende a bersaglio grande parte dell’attuale antropologia umana assieme a noi radicali e liberali, d’altra parte tributari della grande rivoluzione illuminista, liberale e relativista d’Occidente – che Amartya Sen rintraccia anche nella storia di altre civiltà – che non a caso, e in modo esplicito, viene indicata dall’attuale pontefice cattolico come il demonio per eccellenza. Il nostro, tutto sommato, è un pensiero che guarda con fiducia alla capacità di scienza e coscienza della specie umana, che guarda ad essa legandola a sapere, intelligenza e saggezza, oltre che al rispetto dell’individuo sociale che è la caratteristica di tante specie animali e, segnatamente, di quella umana.