Ocean Terminal, il romanzo di una vita

Tra la fine del ‘97 e la primavera  del ‘98, dopo la tracheostomia  a cui fu sottoposto suo malgrado  e l’esperienza della rianimazione,  Piergiorgio Welby concepì  l’idea di un romanzo autobiografico.  Un’opera che sarebbe stata il suo cantiere  aperto fino alla fine, quando ormai  senza voce, senza più la possibilità  di scrivere o dipingere, la sua vita era  diventata «solo un doloroso guardare  il bianco del soffitto».

Una tortura  feroce per lui che era stato fin da giovanissimo  poliedrico artista convinto  che la creatività nasce dalle esperienze,  dai rapporti, dalle passioni e non  standosene rinchiuso ermeticamente  in uno studio. Proprio lui che – come  ricorda Francesco Lioce che in casa di  Welby trascorse gli anni dell’università  – amava scrutare i cieli, «quelli che  gli richiamavano alla memoria certi  dipinti di Cézanne e… i cieli di Renoir,  morbide epifanie di corpi femminili,  sensuali, carnosi…». Le donne, appunto.  Sono le vere protagoniste di questo  romanzo di una vita. Con il titolo Ocean  Terminal esce ora per Castelvecchi.  Postumo, non finito.

Piergiorgio non  aveva voluto che il romanzo uscisse  prima, perché lì accennava a una brutta  esperienza con la droga e aveva pudore  a parlarne. Specie da quando il  giovane Lioce, venuto a Roma dalla Sicilia,  lo aveva eletto a fratello e amico.  «Nei miei primi anni a Roma sono stato  sul punto di spezzarmi – ricorda lo  stesso Lioce nella postfazione -. Anche  in questo fu decisivo il rapporto con  Piergiorgio. La sua stanza era stata per  sei anni una finestra aperta sul mondo.  Lui si accorgeva delle mie debolezze,  delle mie difficoltà… mi stimolava di dolorose considerazioni, ma anche invettive  e improvvise schiarite. Amaro,  si rivolge ai poster di Ho Chi Min e del  Che: «Che cazzo ne sapete voi – scrive  Welby – della guerra che combatto ogni  giorno! Delle ritirate, delle imboscate,  delle umilianti rese incondizionate. Mi  hanno fatto prigioniero il giorno stesso  che sono nato. Io ancora non lo sapevo  ma i miei cromosomi malati sì che  lo sapevano… regalo di un Dio logico,  di un Dio sadico, il Dio degli imbecilli  che quando tutto va bene lo ringraziano  pregando, ma se le cose vanno male  se la prendono con l’umanità». E poi  inaspettati frammenti di leggerezza,  come quando, alla Bíanciardi, Welby  si diverte a discettare sulle forme femminili,  su «culi come pianeti aristotelicamente  perfetti, rotonde epifanie  dell’esistenza di Dio…». Più in là, lasciando  sullo sfondo pensieri più profondi,  fantastica su cosa sarebbe accaduto  se Hitler nel 1906 fosse stato ammesso  all’Accademia di Belle arti e se i  suoi acquerelli fossero finiti in mostre.  «Probabilmente il logorroico Adolf annota  Welby – invece di scrivere Mein  Kampf avrebbe scritto Mein Kunstkampfcon  grande sollievo del popolo  eletto e degli elettori di mezzo mondo».  

E non sono pochi i passi di Ocean  Terminal in cui emerge con  chiarezza il pensiero non violento  e profondamente democratico  del leader radicale che  dal 2002 scelse di fare della sua  malattia uno strumento politico  per la conquista di diritti civili  per tutti. Emblematiche le sue  considerazioni sulle bombe «intelligenti»  scaricate sulla Serbia:  «L’hanno chiamato disastro  umanitario – annota – e tutti ci credono, anestetizzati dai Lerner, dai  Vespa, dai Costanzo. Ma a parte l’ossimoro,  che cazzo vuol dire… se è un disastro  non è umanitario, se è umanitario  non è un disastro…». E ancor più sul  sogno americano di Enola Gay: «Quella  era una bomba dimostrativa! – scrive  -. Una bomba democratica! Una bomba  a Stelle&strisce che assicura la pace!  Come diceva quel vecchio puttaniere  di Kant, Zum ewigen Frieden, iscritti a  forza nel club della pace eterna».  

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