di Carlo Troilo, membro di giunta Associazione Luca Coscioni
La legge finanziaria aveva previsto la riduzione del 20% nel numero dei consiglieri comunali e provinciali, con un risparmio di 213 milioni, di cui 13 nel 2010. Contro questa decisione è insorta l’ANCI, la autorevole Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, che ha interrotto per protesta i rapporti con il governo.
Dopo una debole resistenza, il governo ha accettato di rinviare al 2011 l’entrata in vigore di questa norma, evitando così ai partiti di dover ridurre del 20% il numero dei futuri consiglieri nei 1.031 comuni (su circa 8.000) e nelle 11 province (su oltre cento) in cui si vota il 28 marzo, in coincidenza con le elezioni regionali. Il governo ha però precisato che non intende rinunciare al previsto risparmio di 13 milioni nei trasferimenti agli enti locali, per cui questa somma dovrà essere reperita in altro modo da comuni e province. L’ANCI ha subito accettato questa condizione, pur consapevole del fatto che per reperire quei 13 milioni (che sono pur sempre circa 25 miliardi di vecchie lire) l’unica possibilità è quella di sforbiciare qualcuno dei servizi forniti dagli enti locali ai cittadini. Dunque, un pactum sceleris a favore della “casta” e a danno dei cittadini, firmato da un ente come l’ANCI per sua natura bipartisan (presidente è Sergio Chiamparino, sindaco di Torino; presidente del Consiglio Nazionale Gianni Alemanno, sindaco di Roma). Nel 2005 Cesare Salvi fotografò per primo, assieme ad un altro senatore del PDS, Massimo Villone, la composizione ed il costo del mezzo milione di persone che vivono di politica nel libro “Il costo della democrazia”. Salvi, che ha lasciato la politica ed è tornato a fare il professore di diritto, ha commentato sconfortato questa piccola vicenda, considerandola come una prova della invincibile capacità di resistenza della “casta”. E si è chiesto come sarà possibile attuare una vera ed incisiva riduzione delle tasse – per la cui copertura finanziaria sarebbero necessari, anche secondo il ministro Tremonti, tagli alla spesa pubblica di 20 o 30 miliardi di euro – se un governo, che pure nel proprio programma prevedeva tout court l’abolizione delle province, non riesce nemmeno a tagliare 13 milioni di euro per far dimagrire i pletorici consigli comunali e provinciali. Ritengo opportuno che a questa squallida vicenda sia dato un qualche risalto, così che i cittadini/elettori sappiano di che pasta sono fatti (a destra come al centro e come a sinistra) i loro candidati e magari decidano di punirli nella speranza di veder spuntare all’orizzonte una classe politica meno attenta al numero di poltrone e più preoccupata delle esigenze dei cittadini.