Welby, staccare la spina era suo diritto

di Elsa Vinci
Nessun reato. «L’interruzione della ventilazione meccanica ha realizzato la volontà di Welby in esplicazione di un diritto che gli spettava». E che trova «fonte nella Costituzione e in disposizioni internazionali recepite dall’ordinamento italiano e ribadite nel codice di deontologia medica».

La procura di Roma chiede l’archiviazione del fascicolo aperto subito dopo la morte assistita di Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare, immobile da anni, senza più sogni né desideri, se non di smettere di soffrire. Nessun reato: l’anestesista Mario Riccio, che ha sedato il paziente e poi ha staccato il ventilatore polmonare, già assolto dall’ordine dei medici di Cremona, viene adesso prosciolto dal procuratore della Repubblica, Giovanni Ferrara. «Nessun addebito a chi, in presenza di una impossibilità fisica del paziente, abbia materialmente operato il distacco dal ventilatore. In quanto l’azione ha dato effettività a quel diritto del malato e quindi non può essere ritenuta contra legem».

Il provvedimento ricostruisce la storia che ha commosso l’Italia, gli ultimi istanti di vita di Piergiorgio Welby. «Non solo cosciente, ma liberamente determinato a non continuare la cura, perché consapevole dell’impossibilità della guarigione o anche solo di un miglioramento o dell’attenuazione della sofferenza». Tanto che alla procura «non sembra nemmeno adeguato parlare di riconoscimento di un incondizionato libero arbitrio». Nella richiesta di archiviazione sulla quale si pronuncerà il gup, si afferma che «si era di fronte a situazione ove le cure erano palesemente inutili». E, dunque, non appare «censurabile il comportamento del medico».

La decisione del pm è arrivata dopo l’esame di una perizia tossicologica affidata a un collegio di consulenti, che hanno concluso: la sedazione non ha ucciso. «Non ha determinato nemmeno un acceleramento dell’evento, che è sopravvenuto per causa naturale». Welby si è spento da solo. «L’irreversibile insufficienza respiratoria che ha condotto al decesso – scrive la procura – è da attribuire unicamente alla sua impossibilità di ventilare in maniera spontanea a causa della gravissima distrofia muscolare».

I fatti si sono svolti esattamente come li aveva raccontati alla Digos il dottor Riccio: «Ho provveduto, alla presenza di più persone e in adesione alle richieste di Welby alla sedazione e al contestuale distacco del ventilatore automatico». La morte è arrivata in 45 minuti. Ogni passaggio è stato riportato in un diario clinico firmato dallo stesso medico e da chi era presente in quel momento, la moglie e la sorella di Welby, i radicali Marco Pannella e Marco Cappato.

«Nel caso di specie, può affermarsi che sussistesse il diritto del paziente a non sottoporsi a trattamenti medici indesiderati». Secondo il pm non è sostenibile che «un siffatto diritto costituzionalmente tutelato troverebbe limite nelle superiori esigenze di salvaguardia della vita umana che nel nostro ordinamento costituisce un diritto inviolabile». Dunque, si conclude: «Deve ritenersi che il diritto fondamentale a rifiutare il trattamento medico vale di regola senza esclusioni e quindi anche con riferimento a terapie di cosiddetto sostegno vitale, che non potranno essere imposte con la forza a un soggetto dissenziente e nemmeno proseguite contro la sua volontà».