Massimo dell’Alba, Roma
Caro Dell’Alba, un magistrato che interpreta una norma e adotta un provvedimento non fa affronti, tutt’al più sbaglia a interpretare la norma e adotta provvedimenti inappropriati. Questo, però lo stabiliranno gli altri magistrati, non noi. Del resto, nulla è cambiato nei 90 giorni dalla morte di Welby, salvo Ruini. Non è cambiata la posizione del gip Laviola, che già prima della morte di Welby, di fronte a una richiesta di parere del tribunale civile, aveva espresso un orientamento coerente con la sua decisione di oggi.
Ciò nonostante, a favore del “distacco della spina” si erano pronunciati non solo il tribunale civile e l’ordine dei medici ma, come s’è detto, anche la procura. La quale ora insiste, non meno del gip, il cui provvedimento risponde forse a esigenze tecniche, nella richiesta di archiviazione: perchè, come avevano scritto il procuratore Ferrara e il pm De Marinis, «nessun addebito deve muoversi a chi, in presenza di un’mpossibiità fisica del paziente, abbia materialmente operato il distacco del ventilatore automatico, in quanto l’azione è stata operata per dare effettività al diritto del paziente»: diritto all’autodeterminazione, che «trova la sua fonte nella Costituzione e in disposizioni internazionali recepite dall’ordinamento italiano e ribadite, in fonte di grado secondario, dal codice di deontologia medica». Così stando le cose, fra l’applauso dei clericofascisti di An al gip (guai a chi spreca la carità per gli umili invece di riservarla tutta ai potenti, che possono comprarla), e l’urgenza, sottolineata da altri, di uscire dal medioevo ideologico facendo subito una legge contro l’accanimento terapeutico (la ministra Turco e il presidente Prodi ascoltano?), così stando le cose, dicevo, a noi cittadini è riservato un ruolo, solo apparentemente modesto: mettere mano al portafoglio e inviare un contributo, sia pure piccolo, all’Associazione “Luca Coscioni” che si trova, senza mezzi, a dover sostenere le spese processuali. Su Europa del 27 dicembre lanciammo questo invito ai lettori, che in maggioranza sono cattolici, e dunque conoscono i doveri della solidarietà umana. Che le cose andassero in modo non del tutto rassicurante per il generoso anestesista cremonese, infatti, s’era capito anche allora: «Sono più di novanta giorni che Piergiorgio è morto dice ora la moglie Mina — e non ce l’hanno ancora restituito», benché l’autopsia abbia rilevato che non aveva più nemmeno i muscoli interni e sarebbe vissuto (si fa per dire) solo pochi giorni. I lettori che vorranno solidarizzare con Mina Welby, col dottor Riccio e con l’on. Cappato potranno servirsi del c/c postale n. 41025677 intestato “Associazione Luca Coscioni”, via di Torre Argentina 76, 00186 Roma.
Il nostro aiuto ai compartecipi di questo dramma servirà anche a dare coraggio al legislatore riformista e ai tanti medici che vorrebbero usare la carità verso chi la invoca, ma sono schiacciati tra i fulmini dell’obiezione di coscienza e quelli delle legge-non-legge. Che, come l’idra, ha tante teste: per una che ne tagli, altre dieci sono pronte a stritolarti.