Un simile riconoscimento non basta a rendere meno bruciante una batosta che impressiona anzitutto per le sue dimensioni, impreviste e forse imprevedibili. Così impreviste, e così imprevedibili, da indurre un esponente della Margherita assai vicino a Francesco Rutelli, Enzo Carra, ad allargare il discorso. Per sostenere serafico che buona parte della classe dirigente, da Massimo D’Alema a Gianfranco Fini, « non ha più il polso del Paese » . Può darsi. Anzi, è addirittura probabile, almeno a giudicare dalla tempesta che l’esito del referendum ha già scatenato dentro Alleanza nazionale e dal confronto aspro nel centrosinistra tra un centro che si è più o meno compattamente astenuto e una sinistra che è andata più o meno compattamente alle urne. E un contributo significativo in materia non lo ha certo dato l’informazio ne: né quella scritta, in larga maggioranza schierata per il sì, né quella televisiva pubblica e privata che ha peccato assai contro il referendum con parole, opere e, ancor più, omissioni.
Tutto vero. E’ anche vero, però, che non è poi così semplice desumere da quel gigantesco settantacinque per cento che i seggi li ha disertati quale in effetti sia questo benedetto « polso del Paese » . Lasciamo volentieri ai politologi il compito di destreggiarsi nella difficile arte di soppesare i diversi tipi di astensionismo, quello « fisiologico » , quello « motivato » e quello, infine, di chi a votare non c’è andato perché trovava i quattro quesiti troppo complessi o troppo impegnativi. In ogni caso, si sono sommati, con effetti sconvolgenti. Il quorum in un referendum è stato raggiunto l’ultima volta dieci anni fa, secondo le analisi più accreditate la percentuale di chi a votare per un referendum neanche ci pensa supera il quaranta per cento, quella di incrementare per quanto possibile l’astensionismo per far fallire una prova referendaria è ormai pratica diffusa e spesso vincente: ma, anche tra gli astensionisti, pochi avevano immaginato che ad « andare al mare » potessero essere i tre quarti degli elettori.
E’ difficile stabilire quante divisioni ha il Papa. Ma, certo, l’intervento diretto e inusitato della Chiesa, addirittura sulle tattiche elettorali, è stato politicamente determinante, anche perché la politica, nel complesso, ha latitato. Ciò determina molte legittime preoccupazioni per il futuro, a cominciare dalle sorti della legislazione sull’aborto. Camillo Ruini smentisce. Si può anche dubitare di queste rassicurazioni. Ma forse è la stessa Chiesa a temere le vertigini da successo: quel 75 per cento è davvero troppo vasto, composito e inesplorato per « appartenerle » ed eventualmente per seguirla su questa strada.