Usa, l’aborto irrompe in campagna elettorale

di Ennio Caretto
La Corte suprema ne limita il diritto, Hillary e Obama insorgono
La sentenza, con 5 voti contro 4, è applaudita da Bush. I repubblicani: primo passo per il divieto totale all’interruzione della gravidanza

Washington – La sentenza della Corte suprema contro l’aborto tardivo, all’ultimo trimestre («partial birth abortion»), ha introdotto un problema lacerante nella campagna elettorale del 2008 per la presidenza degli Stati Uniti. I candidati democratici hanno denunciato la sentenza all’unanimità, lamentando che escluda un’eccezione fondamentale, la liceità dell’interruzione di gravidanza qualora sia necessaria per salvare la vita della madre. I candidati repubblicani l’hanno osannata, definendola il primo passo verso l’abolizione totale dell’ aborto. In un duro editoriale intitolato «Il diniego del diritto di scelta della donna», il New York Times ha commentato che la sentenza della Corte «è la grande vittoria politica che il presidente Bush sperava di ottenere dal giudici conservatori da lui nominati, ma compromette la credibilità e integrità della giustizia».

La decisione contro l’aborto tardivo con 5 voti a 4 – i giudici sono 9 – rovescia una sentenza della Corte del 2000 a suo favore, sempre con 5 voti a 4. Decisivo è stato il voto di Anthony Kennedy, un repubblicano moderato, cattolico, schieratosi con i conservatori; nel 2000, lo era stato quello di Sandra Day O’ Connor, una centrista che si dimise un anno fa, che ne aveva invece preso le distanze. Bush, anzi il suo guru elettorale Karl Rove ha così ottenuto che alle elezioni del 2008, accanto alla guerra in Iraq, il tallone d’Achille del suo partito, figuri il divieto dell’aborto, ritenuto l’asso nella manica repubblicana. Il presidente ha evidenziato che la sentenza «riafferma i recenti progressi per la protezione della dignità umana e della santità della vita» e ha promesso di «continuare a lavorare per il giorno in cui ogni bambino sarà benvenuto e protetto dalla legge». Hanno guidato il coro delle proteste democratiche l’ex first lady Hillary Clinton e il senatore Barack Obama. Per la Clinton, la decisione della Corte è stata «un drammatico rifiuto di 40 anni di giurisprudenza e un attacco alle libertà civili». Dichiarandosi «in assoluto contrasto con la sentenza», Obama ha ammonito che «abolisce tutte le salvaguardie per la salute delle donne incinte». Il terzo candidato John Edwards ha parlato di «una nuova, pericolosa svolta a destra, che ricorda al Paese quanto sarà alta la posta in palio alle elezioni». La troika ha deprecato che i giudici conservatori «abbiano gettato le basi per una revoca del diritto costituzionale all’aborto». Al contrario, i loro avversari repubblicani sono saltati sul treno in corsa di Bush. Il senatore John McCain ha elogiato «la fine di una prassi inaccettabile e ingiustificabile», ringraziando «i giudici che sanno interpretare la legge senza usurpare le prerogative del Congresso». L’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, ex abortista con riserva, che deve conquistarsi la fiducia dei conservatori, ha affermato che la Corte «ha raggiunto la conclusione corretta». E Mitt Romney, che era sulle sue stesse posizioni, ha applaudito «la scelta di proteggere i più innocenti e più deboli da interventi che offendono la decenza umana». Memori della lezione del 2004, quando i vari referendum contro i matrimoni gay contribuirono alla loro sconfitta, i democratici cercheranno tuttavia di evitare uno scontro frontale sull’aborto. Lo hanno già segnalato la speaker della Camera Nancy Pelosi e il capo del Senato Harry Reid. Con l’appoggio di Hillary e Obama, i due leader congressuali hanno presentato un progetto legge per la sua prevenzione, che vada dall’educazione sessuale alla distribuzione di contraccettivi.