Per una legge uguale per tutti

di Davide Cervellin
 Leggendo l’articolo a firma del Professor Enrico De Mita apparso sulle pagine de Il Sole 24 Ore giovedì 17 u.s., c’è davvero da pensare che il diritto, nel nostro paese, appartenga più "all’ordine divino" che a quello degli uomini e che la sua astrattezza, perciò, poco tenga conto di quello che è il vero motivo per cui esso è stato fondato ed esiste, ovvero la pace sociale e la tutela dei diritti, nonché la promozione di tutte le condizioni (e la rimozione di tutti gli ostacoli) che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e che garantiscano il diritto al lavoro.

A meno che non si pensi che tutto è riconducibile ad un approccio cattolico, per cui qualsiasi torto, qualsiasi infrazione o delitto viene sanato da un’indulgenza, perdonato in una confessione, o che comunque a qualsiasi malefatta, tanto più quando questa proviene da una forza superiore, bisogna soltanto avere l’atteggiamento di chi porge l’altra guancia o di esporre meglio il costato per attendere rapida la lancia che ti trafigge e ti uccide.

è davvero bizzarro pensare che le imposte si devono comunque pagare per non infrangere la legge e per non incorrere nelle sanzioni di chi turba "l’ordine pubblico", anche quando queste fanno riferimento a transazioni per le quali non è ancora stato versato alcun corrispettivo.

Come si può immaginare che un reddito virtuale obblighi comunque il cittadino a corrispondere allo Stato denaro se i soldi di quel reddito teorico non ci sono? E con ciò non si dimentica e anzi si tiene ben a mente il disposto costituzionale, secondo cui "tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche, in ragione della loro capacità contributiva": capacità contributiva che però deve essere effettiva, perché deve essere commisurata ad un reddito realmente esistente e non potenziale. Non può essere in nessun modo giustificato che un’organizzazione pubblica, come l’azienda socio sanitaria fortemente dipendente dalla Regione e dallo Stato per come è strutturato l’ordinamento e per come sono regolati i flussi finanziari, sia considerata non appartenente allo Stato, e le sue transazioni con i cittadini e le aziende, siano ricondotte ad un mero rapporto privatistico.

È evidente che il rapporto non è privatistico giacchè i cittadini creditori delle ASL sono nell’impossibilità di procedere a un recupero del credito in quanto i beni immobili essendo di interesse sociale non sono pignorabili e la liquidità di tesoreria è pignorabile subordinatamente alla disponibilità della corresponsione degli stipendi di competenza del personale e alle somme necessarie all’erogazione dei servizi sanitari come sancito dall’art. 1 D. L. 18.1.1993 N. 9. Inoltre i rapporti con aziende pubbliche sono regolati da leggi speciali come la norma dell’art. 14 L. 28.2.1997, n. 30, la quale stabilisce che se tra privati il pignoramento è esecutivo dopo dieci giorni, con le Aziende Pubbliche il termine slitta a centoventi giorni dalla notifica del titolo esecutivo.

Ciò detto, mi è ben chiaro che lo Stato siamo noi, lo Stato sono i lavoratori, gli impiegati, i dirigenti che nelle sue articolazioni e organizzazioni dovrebbero operare con senso etico e fortemente attenti e responsabili del bene collettivo: ma quando tutto ciò non accade chi risponde? Dopo che un cittadino per anni ha esperito tutte le vie possibili per far valere i propri diritti senza alcuna risposta, dopo che le vie del buon senso, anche quelle giuridiche, non hanno avuto nessun risultato, che cosa si deve fare?

A questa domanda non si può rispondere sbrigativamente e semplicisticamente che lo "Stato non c’entra" e che si tratta di vicenda privatistica. Il buon andamento della amministrazione è principio sancito dalla Costituzione, che spetta allo Stato garantire; il diritto al lavoro è altrettanto diritto non solo sancito dalla Costituzione, ma anche garantito dalla "promozione", da parte dello Stato, delle condizioni che lo rendano effettivo. Il cittadino ha diritto a ricevere il migliore servizio sanitario, che è garantito anche dalla tutela dell’iniziativa economica privata (art. 41 Costituzione), indirizzata ai fini sociali. Ma quale servizio pubblico può essere garantito se le aziende sono costrette a non consegnare i propri prodotti per non rischiare il collasso? Lo Stato c’entra, eccome, perché deve promuovere le condizioni che rendano effettivi tali diritti a garanzia della sostanziale uguaglianza dei cittadini, di tutti i cittadini, di fronte alla legge.

Alle istituzioni, nelle loro diverse espressioni avevo scritto a dicembre che se non ricevevo i miei soldi dalle Asl del Lazio, la mia azienda sarebbe morta. E le istituzioni non mi hanno dato la benché minima risposta, mi hanno ignorato e tanti altri incontri e solleciti che ho avuto anche in questi ultimi giorni a Roma mi hanno prospettato un quadro che mostra delle istituzioni, una pubblica amministrazione, che si va via via dissolvendo quando non è addirittura già dissolta.

Che differenza c’è rispetto alla turbativa dell’ordine pubblico, tra il mio gesto di non pagare le tasse/imposte/contributi su soldi che non ho ricevuto e la responsabilità di quei dirigenti della pubblica amministrazione che mi hanno costretto a questo gesto estremo firmando contratti poi non rispettati, impegnandosi a pagamenti poi non effettuati, sottoscrivendo transazioni poi ignorate? Non sono questi atti irresponsabili altrettanto gravi e pregiudizievoli dell’ordine pubblico? Dove stanno il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione? Non sono questi atti compiuti dai dirigenti delle Asl, degli assessori, dei ministri che non danno risposte alla base di un dissesto del tessuto sociale e del comune senso civico che portano, se perduranti alla dissoluzione dello Stato stesso?? Ben lontano dal solo pensare, oltre che dall’essere capo di chissà quale rivolta o disobbedienza fiscale (ho sempre pagato le tasse e vorrei continuare a farlo), mi trovo mio malgrado ad essere semplicemente un portatore di verità, a vivere cioè secondo le parole che il Santo Padre avrebbe voluto pronunciare alla Sapienza di Roma " …In modo autoritario la fede mantiene lesta la sensibilità per la verità"; e la mia fede è nella coesione sociale, nella tutela dei diritti dei più deboli, nel rispetto di chi attraverso il proprio impegno ed il proprio lavoro, ha il sacrosanto diritto di ricevere a fine mese il proprio compenso.

Per difendere il salario dei miei dipendenti mi sono posto, mio malgrado al di là di una legge, peraltro poco comprensibile e non declinata secondo il buonsenso. Devo spiegare ai miei dipendenti che non posso pagare loro lo stipendio perché delle norme dello Stato rendono indisponibili ed impignorabili somme destinate a pagare i dipendenti delle USL e perché devo comunque, sugli importi ancora dovuti, pagare le tasse: dove sta la pari dignità sociale del cittadino (art. 3 Costituzione), dove sta il diritto al lavoro (art. 4 Costituzione)?

Voglio ricordare che il mio alto rispetto per lo Stato mi ha fatto essere tra i pochi, forse l’unico, a rinunciare a una pensione di disabile per pormi diversamente dalla parte di chi attraverso lavoro, ha voluto fin da giovanissimo essere annoverato tra i contribuenti. Se qualcuno vuole farmi lezione di legge, di fisco, di altre regole sono qui pronto ad imparare, ma prima mi si dimostri che quelle leggi, quel fisco e quelle regole, oltre che per me valgono anche per gli altri o quanto meno garantiscono la dignità il rispetto delle persone e del loro lavoro.

Se lo Stato mi vuole uccidere, io forse poco cristianamente, non voglio essere tra quelli che porgono l’altra guancia o espongono il costato alla lancia. Io, in questa mia vita che amo molto, voglio lottare finché ho ragione ed energie per il rispetto delle regole e della legge, quella che dev’essere uguale davvero per tutti.