«Non si tratta di un condizionato e libero arbitrio – hanno scritto i magistrati romani – ma la cosciente e libera determinazione a non continuare il trattamento in quanto consapevole della impossibilità di guarigione e della impossibilità anche solo di un miglioramento o della attenuazione della sofferenza». In questo contesto nessun addebito può essere mosso all’anestesista perché non c’è obbligo a mantenere in vita un paziente contro la sua volontà. Vanno di contro segnalate le oscillanti decisioni dei giudici civili delle quali dà conto il giudice Casaburi in un recente scritto. Il libro risponde al complessi quesiti che la vicenda suscita, in particolare affrontando il delicato tema del testamento biologico definito «direttive di volontà anticipate». Sono oramai migliaia i testamenti pervenuti alla Fondazione Veronesi cui moduli sono scaricabili sul sito www.fondazioneveronesi.it . L’uomo non può essere privato della sua dignità e identità: si tratta di un principio fondamentale rinvenibile nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo e ancor prima scritto nelle nostre coscienze di uomini. il «testamento di vita è l’estensione logica del principio del consenso informato» e di quella «alleanza terapeutica» che impone al medico di consultare il paziente con il massimo approfondimento al fine di recepire un consenso pienamente consapevole.
L’art. 34 del codice deontologico prevede che il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la sua volontà, non può non tener conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso (convenzione di Oviedo e documento 16/12/2003 del Comitato di Bioetica). Un giurista di rara sensibilità come Pietro Rescigno ci ha ricordato che il testamento biologico è previsto negli USA (con il nome di «living well»): «se non v’è ragionevole aspettativa di un mio recupero io chiedo di non essere lasciato in vita con mezzi artificiali o misure eroiche. La morte è una realtà al pari della nascita, dello sviluppo, della maturità e della vecchiaia, ed anzi è una certezza. Non temo la morte quanto piuttosto l’indignità della degradazione, della dipendenza e del dolore senza speranza. Chiedo per pietà che mi siano somministrate droghe contro la sofferenza allo stato terminale, persino se esse possono affrettare il momento della morte». Infine un ricordo per Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, che con la loro testimonianza di autentico amore per la vita ci hanno aiutato a comprendere che ciascuno di noi ha diritto a morire con dignità.