Tuteliamo la vita, non la morte: così parlarono gli anestesisti

Spero che nessun rianimatore si presti a fare a Nuvoli quanto é stato fatto a Welby». Così dichiarò Vincenzo Carpino, presidente dell’Associazione anestesisti e rianimatori italiani (Aaroi) che riunisce 8500 sui circa diecimila specialisti presenti in Italia, quando si sparse la notizia che un anestesista era pronto a partire per la Sardegna per «far rispettare le volontà del paziente Nuvoli.

Il consiglio nazionale dell’Aaroi aveva appena approvato un documento in cui si ribadiva la netta contrarietà della categoria a ogni pratica di tipo eutanasico. Le motivazioni non erano solo di ordine etico, ma anche pratico e professionale: «Noi siamo i medici della vita, della rianimazione -sottolineava Carpino – non ci stiamo a passare per la categoria dei medici che staccano la spina». E spiegava che era stato forse sottovalutato l’impatto del caso Welby, anche da parte dell’Ordine dei medici di Cremona che aveva velocemente assolto Mario Riccio: «Mi devono spiegare puntualizzava Carpino – che ne è dell’articolo del Codice penale che condanna l’omicidio del consenziente e dell’articolo 17 deI Codice deontologico che vieta al medico, anche su richiesta del malato, di effettuare trattamenti finalizzati a provocarne la morte».