Roma, del 3 settembre scorso, sull’Osservatore Romano, ha posto interrogativi sul rapporto del 1968 dell’Harvard Medical School: un comitato ad hoc, composto da tredici membri, indicò nella fine delle attività celebrali, e non più in quelle cardio-respiratorie, il criterio di riferimento per accertare la morte umana, rendendo quindi possibili i trapianti d’organo.
La definizione di morte venne cambiata in quasi tutti gli Stati americani e, successivamente, anche in tutti gli altri paesi (solo il Giappone resistette fino al 1999). La morte cerebrale fu accolta nelle leggi e nella pratica medica della maggior parte degli Stati. Riprendendo le posizioni espresse in due libri – uno di Paolo Becchi Morte cerebrale e trapianto di organi, del 2008, l’altro di Roberto de Mattei, Finis vitae. Is brain death still life?, del 2005 – la Scaraffia, tra l’altro, ha sostenuto: «Queste considerazioni aprono ovviamente nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti, nel quadro di una difesa integrale e assoluta della vita umana, si regge soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettiva- mente cadaveri.
Ma la messa in dubbio dei criteri di Harvard apre altri problemi bioetici per i cattolici: l’idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo – grazie alla respirazione artificiale è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente». Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, fu Pio XII, nel 1957, ad affermare: «Spetta al medico […] dare una definizione chiara e precisa della morte e del momento della morte».
Nel 1985, la Pontificia Accademia delle Scienze adottò una "Dichiarazione sui criteri oggettivi della morte", che conteneva la "Definizione della morte": «Una persona è morta quando ha subito una perdita irreversibile di ogni capacità di integrare e di coordinare le funzioni fisiche e mentali del corpo. La morte sopravviene quando: a) le funzioni spontanee del cuore e della respirazione sono definitivamente cessate, oppure b) si è accertata la cessazione irreversibile di ogni funzione cerebrale. Dal dibattito è risultato che la morte cerebrale è il vero criterio della morte poiché l’arresto definitivo delle funzioni cardio-respiratorie conduce molto rapidamente alla morte cerebrale. Il gruppo ha dunque analizzato i diversi metodi clinici e strumentali che permettono di constatare questo arresto irreversibile delle funzioni cerebrali. Per essere certi, mediante un elettroencefalogramma, che il cervello è diventato piatto, ossia che non presenta più attività elettrica, è necessario che l’esame venga effettuato almeno due volte a distanza di sei ore».
Nel 1995 il Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, nella "Carta degli Operatori sanitari", affermò: «Perché una persona sia considerata cadavere è sufficiente l’accertamento della morte cerebrale del donatore, che consiste nella cessazione irreversibile di ogni funzione cerebrale. Quando la morte cerebrale totale è constatata con certezza, cioè dopo le dovute verifiche, è lecito procedere al prelievo degli organi, come anche surrogare artificialmente delle funzioni organiche per conservare vitali gli organi in vista di un trapianto».
Giovanni Paolo II intervenne più volte su questo tema. Il 29 agosto del 2000, durante un discorso al 18° Congresso Internazionale della Società dei Trapianti, che si svolgeva a Roma, dopo aver richiamato un passo dell’Evangelium Vitae («merita un particolare apprezzamento la donazione di organi compiuta in forme eticamente accettabili, per offrire una possibilità di salute e perfino di vita a malati talvolta privi di speranza» n. 86), il Papa sottolineò: «la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica», come criterio di accertamento della morte, «se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica».
Nel 2005 – ribadendolo nel 2006 – l’Accademia Pontificia delle Scienze ha deliberato una dichiarazione favorevole ai criteri di Harvard. Il Magistero della Chiesa, si è espresso sulla donazione di organi da vivente (è lecita solo con consenso e se tutela l’integrità fisica del donatore) e da cadavere: in questo caso si affida a quel che la scienza medica indica come criterio di morte: la morte cerebrale totale. Per la Chiesa, non tutti gli organi sono eticamente donabili. Dal trapianto vanno esclusi l’encefalo e le gonadi, che assicurano rispettivamente l’identità personale e procreativa della persona. Inoltre, è da ricordare quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica su questo tema: «Il trapianto di organi è conforme alla legge morale se i danni e i rischi fisici e psichici in cui incorre il donatore sono proporzionati al bene che si cerca per il destinatario.
La donazione di organi dopo la morte è un atto nobile e meritorio ed è da incoraggiare come manifestazione di generosa solidarietà. Non è moralmente accettabile se il donatore o i suoi aventi diritto non vi hanno dato il loro esplicito consenso». «È inoltre moralmente inammissibile provocare direttamente la mutilazione invalidante o la morte di un essere umano, sia pure per ritardare il decesso di altre persone» (numero 2296).
Sono sessantamila, secondo le stime del Parlamento europeo, le persone che in Europa sono in attesa vitale di un trapianto d’organo. Dieci di queste muoiono ogni giorno per mancanza di organi da trapiantare, denuncia una risoluzione del parlamento europeo dell’aprile di quest’anno. Il problema della mancanza di donatori nel mondo favorisce l’incremento di un truce traffico, quello di organi umani espiantati da donatori di molti paesi poveri che ricevono, per questo, una ricompensa. Accade. È sempre la risoluzione del parlamento europeo a sottolinearlo. Come s’intende, il problema è drammatico. Riguarda la vita e la morte. Della vita e della morte e della definizione del criterio di morte.
La situazione in Italia
La legge del 29 dicembre 1993, n. 578 riguarda l’accertamento della morte. «La morte – dice l’art.1 si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo». Il DPR 22 agosto 1994 n. 582 definisce le "modalità per l’accertamento e la certificazione di morte". La normativa più recente sui trapianti d’organo è la legge del primo aprile 1999, integrata dalla legge del 16 dicembre 1999 sul trapianto parziale di fegato (trapianto da vivente) e dal decreto legge del 2000 in materia di prelievi e trapianti di organi e tessuti. Per quanto riguarda i tessuti, possono essere trapiantati: cornea, cute, arterie, valvole cardiache, vene, ossa, muscoli, tendini, membrana amniotica. Gli organi che è possibile trapiantare sono: cuore, fegato, intestino, pancreas, polmoni, reni. Inoltre, è possibile trapiantare le cellule, ma solo quelle staminali emopoietiche.
In base ai dati del Centro Nazionale Trapianti dal 1992 al 2007, in Italia sono stati effettuati 25mila trapianti. Dei 3.043 trapianti effettuati in Italia nel 2007, 1.585 hanno riguardato il rene, 1.041 il fegato, 311 il cuore, 112 il polmone, 19 il pancreas, 58 il rene + il pancreas, 2 l’intestino. Alla data del 31 dicembre 2007, erano 9.779 pazienti in lista d’attesa (6.897 per il rene, 1.482 per H fegato, 853 per il cuore, 255 per il pancreas, 294 per il polmone). Il tempo d’attesa è stimato in 3,02 anni per il rene (con una mortalità dell’ 1,31); 1,83 anni per il fegato (mortalità 7,46 per cento; 2,47 anni per il cuore (mortalità 7,75 per cento); 2,90 per il pancreas (mortalità 1,74 per cento); 2,12 anni per il polmone (mortalità 14, per cento).