Caro Galimberti, ho letto con attenzione le due lettere che discutono il testamento biologico sul numero di D dì Repubblica dei 4 giugno scorso. Le persone si pongono interrogativi tutt’altro che semplici: “fino a che punto posso disporre della mia vita, indipendentemente dalle condizioni in cui mi trovo”. Si parla di vita, la vita di ognuno di noi ma soprattutto si parla di "libertà". È il concetto di libertà il cuore del problema.
Il discorso sul testamento biologico NON è un discorso di fede, non è un tema che separa credenti e non credenti da persone diversamente credenti. È un tema che mette a confronto due diverse visioni della libertà: una più astratta e una più concreta, una che ritiene la libertà un valore privo di contorni marcati dall’esperienza del reale e l’altra più calata nella realtà; la libertà è un bene di un
valore straordinario, ma è necessario definirne i suoi confini affinché si possa esprimere davvero.
La domanda allora diventa: chi può mettere ostacoli alla mia libertà e condizionarne le scelte? Per quanto riguarda il testamento biologico certamente non il medico,ma meno ancora lo Stato con una legge, che sembra volersi opporre al sacrosanto diritto di autodeterminazione, che nella nostra cultura rappresenta la conditio sine qua non della dignità personale.
Nonostante i confini della mia libertà non possano essere marcati né dall’uno né dall’altro, questi confini esistono ed è questa la riflessione irrinunciabile nel dibattito in questione.
Ci troviamo di fronte a una legge che nel loro testamento biologico possono chiedere tutto essenziali ciò che vogliono in termini di cura e di non-cura, ma non possono chiedere a qualcun altro di mettere il punto finale alla propria vita. Perché la loro libertà quando raggiunge questa soglia estrema non ammette deleghe di sorta, né cambiali in bianco firmate con largo anticipo. Tutto qua, la legge ripete come un mantra il suo no all’eutanasia perché non concede a nessuno di far valere una volontà che, data l’irrevocabilità della decisione presa, la morte, porrebbe fine con un gesto solo alla vita e alla libertà di una persona. È in realtà una legge che mantiene alto il punto di vista sulla vita e sulla libertà. Non accettare quel no alla vita, che contestualmente anche un no alla libertà, è il principale merito di questa toria. Se costui vuoi porre fine a questa legge, che non è legge per credenti o non credenti, ma solo una legge per l’uomo e per le sua dignità rispettata in qualsiasi circostanza e condizioni si viva. Un’ultima osservazione: la libertà è un valore fondativo della nostra esistenza, ma sarebbe un ben povero valore se non fosse strettamente unito alla solidarietà. Di qui l’invito a mettere in primo piano non la libertà di dire basta alla propria vita ma la libertà di dare alla vita dell’altro tutto l’aiuto che merita e di cui ha bisogno.
Con preghiera di pubblicazione,
Paola Binetti
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