Estratto da “Il secondo libro della sterilità – la fecondazione
assistita” di Carlo Flamigni, UTET 2008, pagg.349 – 353
Analisi dei globuli polari
La biopsia dei globuli polari è stata proposta nel 1990 da Yury Verlinsky, un genetista di Chicago di origine russa, e ha finora trovato applicazione in un numero relativamente modesto di laboratori. I globuli polari sono prodotti nel corso della meiosi oocitaria e la loro analisi consente di valutare il genotipo materno e il suo contributo alla strutturazione genetica dell’embrione. Né il primo globulo polare (PB1), che viene prodotto come risultato della prima divisione meiotica al momento dell’ovulazione, né il secondo (PB2), che viene espulso a seguito della seconda divisione meiotica nel momento della penetrazione dello spermatozoo, hanno un qualche significato biologico nei confronti dello sviluppo dell’embrione. All’inizio Verlinsky esaminava solo il PB1, basandosi sul fatto che, in assenza del crossing-over (che comporta lo scambio di materiale genetico fra i cromosomi omologhi dei genitori al momento in cui si appaiono durante la meiosi) il PB1 è omozigote per l’allele non contenuto nell’oocita.
Se invece il crossing-over c’è stato, l’analisi del PB1 non è più utile per predire il genotipo dell’oocita che in questo caso è eterozigote per il gene anormale. Poiché la frequenza del crossing-over varia con la distanza tra i loci e il centromero e può essere anche il 50% per i geni telomerici, l’analisi del solo PB1 è di valore limitato ed è stata introdotta anche l’analisi del PB2 che viene fatta in sequenza con quella del primo globulo.
Nei Paesi occidentali più della metà delle donne che si sottopongono a fertilizzazioni in vitro ha più di 35 anni, e ha pertanto raggiunto un’età nella quale ci sono alti rischi di aneuploidia ; poiché la maggior parte delle anomalie numeriche dei cromosomi prendono origine nella prima divisone meiotica dell’oocita, nel 1995 Verlinsky ha introdotto l’analisi del PB1 con lo scopo specifico di evitare la fertilizzazione di oociti geneticamente anormali. L’analisi del PB1, però, non mette in evidenza tutte le anomalie di numero dei cromosomi degli oociti perché alcune di queste si determinano nel corso della seconda divisione meiotica. La pratica corrente, dunque, è anche in questo caso quella di esaminare i due globuli polari.
I globuli polari vengono rimossi aprendo la zona pellucida con un microago e aspirandoli con una micropipetta. D’abitudine si preferisce eseguire una microiniezione di sperma, perché l’apertura della membrana pellucida potrebbe favorirne una polispermia. Si esamina poi l’oocita alla ricerca dei pronuclei e del secondo globulo polare, che viene rimosso nello stesso modo del primo. In molti casi i due globuli polari vengono prelevati contemporaneamente ed esaminati con la FISH sullo stesso vetrino. L’oocita viene rimesso in coltura e poi trasferito in utero se l’analisi dei genotipi dei due globuli polari è favorevole. Nel caso che le leggi del paese non consentano la distruzione dei pre-embrioni, gli ootidi possono essere congelati in attesa delle conclusioni delle indagini genetiche.
Secondo A Dawson (Reproduction BioMedecine Online,2006,13,104) tutti i metodi di dissezione della zona pellucida possono danneggiare l’oocita e mettere a rischio il successivo sviluppo embrionale. Non esiste una prova certa in favore di un particolare metodo, anche se la maggior parte dei medici preferisce utilizzare il laser, mentre dovrebbe essere considerato sperimentale l’uso di acidi, sul quale non sono state fatte valutazioni specifiche. Sempre secondo Dawson, il beneficio dello screening delle aneuploidie è comunque molto modesto, per le notevoli probabilità di errore, per l’elevato numero di embrioni giudicato normale che non si impianta e per le frequenti false-positività. Le tecniche utilizzate necessitano di molti oociti, non sempre recuperabili nelle donne meno giovani. Insomma, deve essere ancora dimostrata l’esistenza di un vantaggio, in termini di percentuale di gravidanze, di abortività e di normalità dei feti.
Se si cercano mutazioni monogeniche è sempre necessario analizzare i due globuli polari in sequenza. Se si riscontrano entrambi gli alleli – quello normale e quello mutato – nel PB1 eterozigote, mentre nel PB2 c’è l’allele mutante, non vi è dubbio circa il fatto che il contributo dell’oocita al genoma dell’embrione è normale. In alternativa, si può considerare normale un oocita nel caso in cui il suo PB1 sia omozigote mutante, nel qual caso il PB2 dovrebbe essere omozigote normale, simile al pronucleo materno. D’altra parte il genotipo dell’oocita potrebbe essere alterato se il PB1 fosse in effetti eterozigote, ma diagnosticato come omozigote normale a causa di una amplificazione preferenziale o di un drop-out di un allele. In questo caso la presenza di un allele normale nel PB2 denuncerebbe la presenza dell’allele mutante nell’oocita. Così, gli embrioni che prendono origine da oociti con PB1 omozigote per la mutazione non si possono trasferire, a meno che lo stato eterozigote del globulo polare non possa essere escluso dall’uso di marcatori collegati.
Se l’analisi genetica è indirizzata alla ricerca delle aneuploidie, si eseguono studi dei due globuli polari utilizzando sonde commerciali specifiche per i cromosomi 13, 16, 18, 21 e 22 o ricorrendo al CGH (Comparative Genomic Hibridization). L’analisi del primo globulo polare è stata la prima utilizzata per la ricerca delle traslocazioni, visto che esso non forma mai un nucleo interfase ed è costituito da cromosomi in metafase. I cromosomi possono essere identificati nel PB1 dopo 2 o 3 ore di coltura in vitro e la loro degenerazione inizia 6-7 ore dopo l’estrusione. È così possibile applicare tecniche utili per l’analisi dell’intero patrimonio cromosomico o soltanto per parti specifiche dei cromosomi. La tecnica è soggetta a errore per malsegregazione o per ricombinazione dei cromatidi così che, per poter predire le conseguenze della seconda divisione meiotica, è necessaria l’analisi del PB2, un metodo reso poco efficiente dal fatto che in questo globulo polare i piatti metafasici non sono più del 60%.
In questi ultimi tempi sono state messe a punto nuove tecniche d’indagine, quali la CenM – FISH (Centromere – specific Multiplex Fluorescence in Situ Hybridization), che esamina l’intero complemento cromosomico degli oociti in metafase II e la CGH . Le indagini sui due globuli polari sono particolarmente utili nei casi di malattie genetiche legate al cromosoma X, con differenti tipi di trasmissione. Così le tecniche sono state utilizzate in caso di deficit di ornitina-transcarbamilasi e di idrocefalo trasmesso con il cromosoma X.
E’ dunque ormai evidente che la FISH ha molti limiti, il più importante dei quali consiste certamente nella sua incapacità di valutare tutti i 23 cromosomi. Così, oltre alla CenM-FISH sono state introdotte alcune nuove tecniche che consentono di superare queste difficoltà: le più promettenti sono la CGH (Comparative Genomic Hybridization), l’SK (Spectral Karyotyping), il PRINS ( Primed in Situ Labeling) e il PNA ( Peptide Nuclear Acid). E’ chiaro che l’utilizzazione di queste tecniche avrebbe senso soprattutto se si potesse esser certi che l’aneuploidia degli embrioni è soprattutto di origine meiotica e che l’aneuploidia degli oociti si ritrova inevitabilmente negli embrioni che da loro prendono origine.
Tra le varie tecniche che si possono utilizzare per dare una risposta a questo quesito la più utile sembra, al momento, la CGH, che riesce ad identificare rotture e aneuploidie anche parziali di tutti i cromosomi. I limiti di questa tecnica riguardano la sua incapacità di differenziare alcuni errori di ploidia ( come le aploidie, le triploidie e le tetraploidie) che però possono essere facilmente diagnosticati con l’analisi morfologica degli ootidi. Inoltre richiede almeno 5 giorni di lavoro e comporta pertanto la necessità di congelare gli embrioni per questo breve periodo.
Con la CGH, G.Sher (Fertility and Sterility, 2007, 20,1067) esaminando il genoma dei due globuli polari ha trovato che il 65% degli oociti erano aneuploidi, che il 95% degli oociti euploidi dava origine a embrioni ugualmente euploidi, quasi tutti in grado di proseguire nello sviluppo fino allo stadio di blastocisti. Il notevole numero di alterazioni genetiche osservate negli oociti in metafasi II è sorprendente, soprattutto tenendo conto del fatto che l’età media delle donne che hanno preso parte allo studio era di soli 27 anni. Le aneuploidie più frequentemente rilevate erano trisomie dei cromosomi 4,5,16 e 22. Tutte le anomalie di numero dei cromosomi riscontrate negli oociti erano presenti anche dopo la fecondaziome negli embrioni che ne derivavano; inltre il 95% degli embrioni che non si sviluppavano fino allo stadio di blastocisti erano aneuploidi. Infine, lo studio di Sher attribuisce scarsa importanza al mosaicismo, presente solo nel 13% dei casi. Se quuesta risultati verranno confermati, la selezione degli oociti potrebbe diventare parte integrante delle tecniche di PMA, con effetti straordinari sulla percentuale di successi e con importante impatto economico, in quanto potrebbe determinare una significativa riduzione dei costi.
Ho già letto alcune critiche che sono state mosse a questa ricerca, soprattutto da parte di quanti non credono nell’utilità della selezione degli oociti euploidi, critiche che per il momento sono prevalentemente indirizzate alla tecnica ( la CGH, solo per fare un esempio, non consente di ottenere risultati comprensibili e significativi nel 15% dei casi), ma i due dati fondamentali, chè cioè l’aneuploidia degli embrioni continui quella oocitaria e che solo il 35% degli oociti sia utilizzabile, meritano molto di più di una critica metodologica.
Riporto nella Tavola 8 una lista di malattie genetiche che sono state diagnosticate con la biopsia dei due globuli polari.
Tavola 8 – Anomalie genetiche diagnosticate con l’analisi sequenziale dei due globuli polari
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Fibrosi cistica
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Deficit di α-1- antitripsina
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Talassemia
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Acondroplasia
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Anemia a
cellule falciformi
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Deficit di adenosin-deaminasi
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Anemia di Tay-Sachs
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Displasia multipla epifiseale
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Fenilchetonuria
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Idrocefalia legata al cromosoma X
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Emofilia A e B
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Neurofibromatosi I e II
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Malattia di Gaucher
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Distrofia miotonica
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Deficit delle 3 idrossiacil – CoA deidrogenasi
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Sindrome della X fragile
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Epidermolisi bollosa
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Anemia di Fanconi
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Retinite pigmenotsa
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Mutazioni dell’oncogene P53
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Deficit di ornitinatranscarbamilasi
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Anomalie cromosomiche
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Malattia di Alport
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Allo stato attuale delle conoscenze, il problema delle indagini genetiche sui globuli polari sta tutto nel fatto che quasi tutta la letteratura specifica viene da Chicago ed è firmata da uno dei due fratelli Verlinsky. In una recente pubblicazione, su 29 articoli citati, 16 portavano il nome di uno dei due Verlinsky. Il loro lavoro è stato certamente enorme, e le loro casistiche riguardavano più di 16.000 cicli già alla fine del 2004. È bene che i laboratori italiani si facciano una specifica preparazione in materia, perché questa potrebbe essere l’unica strada da seguire nel campo delle indagini genetiche preimpiantatorie. Si tenga conto del fatto che la percentuale di gravidanze nelle mani dei due scienziati più esperti della materia, non supera il 14% e che avrebbe poco senso offrire alle coppie italiane soluzioni tecniche che i nostri laboratori non sono in grado di eseguire con una accettabile abilità.