Sul testamento biologico bisogna “spoliticizzare” il dibattito

Scienza. Due giorni di Convegno promosso dalla Presidenza del Senato.

No ai polveroni polemici com’è accaduto con la legge 40. Non riguarda casi di persone pienamente coscienti come Welby e non è un cavallo di Troia per l’eutanasia. È uno strumento che dà voce ai pazienti che non possono più esprimere il consenso. Tornare a parlare di testamento biologico adesso, dopo la guerra dei Dico e la crisi di governo del mese scorso, è una decisione tutt’altro che banale. Sorprende in positivo, quindi, la scelta della presidenza del Senato di promuovere, insieme alla commissione sanità, il convegno che si terrà oggi e domani al chiostro del convento di S. Maria sopra Minerva alla presenza delle più alte cariche istituzionali. La scommessa è di provare a spoliticizzare il tema, per evitare che le volontà anticipate di trattamento diventino l’ennesimo terreno di scontro politico tra laici e cattolici. O che vengano riposte nel cassetto degli argomenti troppo scomodi e lì dimenticate. Ma quante chance ci sono di disinnescare tutte le mine poste lungo l’iter legislativo che sta partendo nella commissione presieduta da Ignazio Marino? È possibile per maturare un dibattito pubblico serrato ma sereno sulle decisioni di fine vita, come auspicava mesi fa Napolitano? La grande sfida è evitare che il testamento biologico finisca avvolto in un polverone polemico, com’è accaduto in passato con la legge 40. Il presupposto fondamentale per riuscirci è non caricarlo di significati che oltrepassano il suo perimetro originario: il testamento biologico non riguarda i casi di persone pienamente coscienti come Welby, non dobbiamo aspettarci che chiarisca i confini dell’accanimento terapeutico e soprattutto non abbiamo ragione di temere che sia un cavallo di Troia per introdurre forme surrettizie di eutanasia.

Si tratta, piuttosto, di uno strumento pensato per restituire la voce a quei pazienti che non sono più in grado di esprimere il proprio consenso informato sulle cure a cui vengono sottoposti. E per non lasciare i medici da soli, di fronte a decisioni difficili da cui dipendono la vita e la morte di malati con cui non è più possibile comunicare. Per scacciare i fantasmi, in teoria, basterebbe rileggere la convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina, che non può certo essere sospettata di derive laiciste. Lo stesso testo che accorda protezione agli embrioni (drt. 18) riconosce l’importanza dei desideri precedentemente espressi dai pazienti che, al momento di un intervento medico, sono in stato di incoscienza (art. 9). Questa consapevolezza non dovrebbe vacillare neppure quando si discute dei nodi più difficili come la nutrizione artificiale, che resta la mina più pericolosa sulla strada verso l’approvazione di una legge sulle volontà anticipate di trattamento. La nutrizione artificiale va inclusa fra i trattamenti medici che possono essere rifiutati quando si compila il testamento biologico? C’è chi sostiene di no, perchè è convinto che si tratti di un atto di assistenza, alla stregua delle cure infermieristiche, e quindi interromperlo significherebbe lasciare il paziente in uno stato di abbandono. E c’è chi sostiene di si, perchè quel che conta sono le volontà del paziente: quando è cosciente, per potergli praticare la nutrizione artificiale, è necessario ottenere il suo consenso informato. Perché dovremmo sottrarre lo stesso atto alla sua autodeterminazione quando è incosciente? Il caso Terri Schiavo ha dimostrato quanto sia facile cadere in preda ai fantasmi quando si parla di sospensione della nutrizione artificiale. Se si lascia briglia sciolta all’emotività i finisce fatalmente nella categoria della barbarie: chi può sentirsi tranquillo di fronte all’idea che vengano negati cibo e acqua proprio ai malati più vulnerabili, condannandoli a morire di sete e di fame?

Ma il testamento biologico nasce proprio per rispettare le volontà del paziente, non certo per trascurare i suoi bisogni più elementari. E dal convegno di oggi arriverà un aiuto per affrontare anche questo problema senza fraintendimenti. Lo scorso gennaio in pochi si sono accorti che la Società italiana di nutrizione enterale e parenterale (Sinpe) ha preparato un documento per spiegare cosa fanno davvero i suoi iscritti e contribuire al dibattito pubblico. Sostiene che la nutrizione artificiale non è una terapia eziologica come gli antibiotici, non è una terapia sintomatica come gli analgesici, e non è definibile neppure come terapia palliativa. Ma si configura sempre come un atto medico, perché è un trattamento sostitutivo, come la ventilazione meccanica e l’emodialisi. Infatti viene intrapreso per sostituire il deficit di una funzione complessa, come quella dell’alimentazione naturale, quando questa è compromessa. I nutrienti, per lo più di preparazione industriale, vengono somministrati direttamente nella via digestiva (a livello dello stomaco, del duodeno o del digiuno) grazie a sonde inserite dal naso, dalla bocca o da aperture create appositamente (via enterale). Oppure nella circolazione sanguigna mediante cannule o cateteri (via parenterale). È un atto che ha indicazioni, controindicazioni ed effetti indesiderati. Non si capisce, quindi, come possa essere tenuto al di fuori della convenzione di Oviedo e di una legge sul testamento biologico. Tutti coloro che intendono intervenire in scienza, coscienza e buona fede, insomma, dovrebbero ascoltare con attenzione il presidente della Sinpe Maurizio Muscaritoli. Laici e laicisti, credenti di ogni religione, cattolici laici e cattolici al quadrato, atei devoti, teocon e teodem. E anche i membri del Comitato nazionale di bioetica, che su questo argomento si è spaccato sotto la presidenza D’Agostino e dovrebbe ambire a sviluppare più efficacemente il dibattito sotto la guida di Francesco Paolo Casavola.