"Suicidio assistito anche qui in città"
La richiesta dell’associazione Coscioni dopo il caso Magri Il primario di Rianimazione: "Nessuno me l’ha mai chiesto"
"Lucio Magri per anni ha rappresentato la storia della nuova sinistra anche qui a Marghera. Molto distante da chi, come noi, proveniva dall’attivismo militante, dal post Sessantotto e dalle grandi lotte di Porto Marghera, ma allo stesso tempo dirigente politico di grande levatura capace di aiutare molto e indirizzare certi processi nel mondo operaio". Renato Cardazzo, segretario veneto di Rifondazione, ricorda bene il giornalista che fu tra gli animatori e fondatori del quotidiano Il Manifesto e che ha deciso di porre fine alla sua vita in Svizzera con un suicidio assistito. Ma la vicenda dell’uomo che ha scelto di farsi iniettare un narcotico, il pentobarbital di sodio, per lasciare una vita che, dopo la morte della moglie, gli era diventata insopportabile, va al di là della politica e coinvolge i sentimenti più profondi di ogni persona.
"Magri per tutta la sua vita ha fatto scelte e fatto discutere per le sue scelte – commenta Franco Fois (Associazione Luca Coscioni)- E’ stata la sua scelta, una scelta libera e consapevole, e noi non possiamo permetterci di giudicarla. Quello che è grave è che abbia dovuto andare all’estero e che qui da noi non ci sia lo stesso rispetto per chi decide di continuare a vivere e magari non viene assistito adeguatamente, e chi decide di morire e non può farlo. Avrebbe potuto fare come Monicelli, che giusto un anno fa si è buttato dalla finestra del quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma. Una coincidenza secondo me non casuale. Anche in questo caso, a mio avviso, Magri ha voluto fare un gesto politico, che faccia discutere". Un gesto che, tra l’altro, non è alla portata di tutti perchè "non tutti hanno le possibilità economiche e le conoscenze" per fare quello che ha fatto Magri.
"In tanti anni io non ho mai raccolto nessuna richiesta in tal senso (il suicidio assistito, ndr)" fa sapere Fabiano Turetta, primario di Rianimazione all’ospedale dell’Angelo. Il caso Magri, comunque, non è certo unico. Un precedente in provincia (Scorzè) è quello di Martien van der Burgt che lo scorso anno portò la moglie Anna Busato a morire in Olanda. La donna era in coma da un anno per un’emorragia cerebrale. "Ho fatto la cosa giusta – aveva detto Martin – Nel suo testamento biologico aveva chiesto di lasciarsi morire ma in Italia non è permesso".
Maurizio Scassola, presidente dell’Ordine dei medici, pur non commentando nel merito la vicenda Magri ricorda che non solo "in Italia il suicidio assistito è proibito dal codice penale", ma anche dalla deontologia medica", quindi una situazione simile (un medico che assiste un paziente che chiede di "Suicidio assistito anche qui in città"morire suicidandosi) "non esiste e non può esistere". Certo, in un ambito politico, culturale e sociale diverso (vedi la Svizzera) a fronte di leggi che consentano di abbreviare una vita che non ha prospettive anche il comportamento del medico potrebbe, secondo il proprio sentire, adeguarsi.
Nessun aiuto a morire potrà mai arrivare da un medico, invece, secondo Cosimo Tomaselli, ex presidente della commissione Odontoiatri dell’Ordine dei medici e consulente per la Pastorale della Salute. "Quello che è triste è che ci siano persone che ritengono la vita insopportabile e non hanno trovato nessuno che possa alleviare questa pesantezza intollerabile – afferma Tomaselli – Qui non parliamo di Paesi civili o incivili. Anzi: i Paesi ricchi, cosiddetti civili, spesso sono i più barbari proprio perchè lì si trova chi può dare un aiuto non per vivere, ma a morire".
Massimo Scattolin