Il convegno e la costituzione del nuovo gruppo segnano un salto di qualità della scienza italiana, che invece di ritirarsi nei laboratori si presenta all’opinione pubblica con trasparenza e assunzione di responsabilità: ove ci fossero errori o reati, i critici sanno dove rivolgersi. Le riflessioni giuridiche di Amedeo Santosuosso, Emilio Dolcini e Mariella Immacolato (in stampa su «Bioetica. Rivista interdisciplinare») hanno chiarito la legalità delle ricerche in corso, tesi trova ulteriore conferma nella biologia per via della sostanziale differenza tra «embrione» e «staminale embrionale» qui sottolineata da Antonino Forabosco.
Elena Cattaneo spiega invece perché la ricerca sulle staminali embrionali non è superflua, confutando la tesi diffusa secondo cui sarebbe meglio limitare le ricerche alle sole «staminali adulte». Infine, Alberto Revelli informa che è disponibile un metodo non invasivo per stabilire il livello di vitalità dell’embrione – dando così una risposta concreta per individuare gli embrioni “non più impiantabili” e dar corso alla clausola approvata dal Senato al riguardo il 19 luglio scorso. I tre contributi non pretendono di risolvere tutte le questioni aperte, ma sono un contributo razionale a favore della ricerca sulle staminali embrionali – sostenuta anche dal nostro governo.
L’Europa avrebbe potuto avere maggiore vigore nel sostenere la ricerca, contrastando chiusa la parola “embrione” non come termine scientifico per indicare una fase dello sviluppo biologico, ma come un feticcio per evocare un alone di sacralità che eccita gli animi. Tolto questo alone, ai critici non resta altro che paventare lo spettro di un presunto lucroso “business” (o”mercimonio”) e di altrettanto fantomatici colossali interessi delle multinazionali, falsando la realtà perché le ricerche sono invece finanziate per lo più da fondi pubblici (europei), da associazioni dei malati e da fondazioni.
Presidente della Consulta di Bioetica