Si rivede Ruini «Cambiamo la legge sull`aborto»

di Roberto Monteforte

L`ex presidente della Cei torna alla carica «Non si può abolire, ma si può migliorare…»

Cambiare subito la legge 194, visto che abolirla non si può. Lo chiede il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma e già presidente della Cei. Parla alla  Summer School di Frascati, in un`iniziativa organizzata dalla fondazione Magna Carta. Non ha incertezze. Quella legge sull`interruzione della gravidanza, è la sua premessa, «per un credente sarebbe meglio che non ci fosse». Ma non è realistico. Visto che non ci sono le condizioni politiche e culturali per «cancellarla», allora una sua modifica sarebbe «non solo lecita, ma doverosa». E lancia la sua proposta sulla 194. Chiede una «interpretazione che l`aggiorni e la migliori», adeguandola «ai progressi medico scientifici e non la peggiori». Un passaggio che Ruini presenta come necessario, visto che la legge che regolamenta l`aborto «risale a quasi 30 anni fa». E un percorso considerato «realista» e soprattutto «perseguibile» dal porporato che a lungo ha guidato la conferenza episcopale italiana e che molte volte a nome dei vescovi ha attaccato quella legge.  Ieri a Frascati è tornato a lanciare la polemica. Ma non ha chiesto la cancellazione della 194. Sull`aborto non ha evocato il muro contro muro. È entrato forse in modo più incisivo nella polemica politica. Al parlamentare forzi- sta Gaetano Quagliariello che nel corso dell`incontro lo sollecitava chiedendo se «anziché dividersi tra abortisti e antiabortisti» non fosse opportuna un`azione per riscrivere i principi guida, il cardinale risponde deciso: «Non posso che essere d`accordo. Quella legge c`è, per un credente sarebbe meglio che non ci fosse, però c`è, nè c`è la condizione culturale per abrogarla». Ricorda quanto sia necessario un «grande impegno» culturale per far capire «che merita di essere vissuta non solo una vita completamente sana». Quindi osserva come negli anni recenti sia molto aumentata la «capacità di sopravvivenza del feto». Ha raccontato di conoscere bambini, figli di suoi ex studenti, sopravvissuti assolutamente sani pur essendo nati di 23 settimane. Con l`eugenetica, ha commentato, c`è «oltretutto il rischio di uccidere bambini che, a parte tutte le altre considerazioni, avrebbero comunque una vita normale». Tutte ragioni per porre mano e presto, all`impianto oramai datato della legge sull`interruzione della gravidanza. Ma non si ferma qui il suo ragionamento. Sottolinea con preoccupazione come sia grave in Italia la «questione demografica», come sia un tema da affrontare seriamente, perché «un Paese vecchio – ha sottolineato – è destinato al declino». Non è solo la 194 a tenere il campo. Vi è anche il tema del rapporto tra «il cattolico impegnato in politica e la Chiesa». Chiede «coerenza interna» il cardinale. «E nel giusto il cattolico coerente con la logica del cattolicesimo». «Cioè colui – spiega Ruini – che accoglie l`insegnamento del Papa e del magistero». Un richiamo all`obbedienza, soprattutto sul terreno dei principi non negoziabili. «Nessuno è obbligato per legge a essere cattolico», ha scandito il porporato, ma se una persona sceglie il cattolicesimo deve accettare «l`autorità dottrinale, che non è solo del Papa e del Concilio ecumenico, che deve essere punto di riferimento per tutti».  Durante l`incontro il vicario del Papa per la diocesi di Roma risponde ad uno studente che gli chiede del funerale religioso negato a Piergiorgio Welby. Una decisione che ha creato scalpore e sconcerto anche nel mondo cattolico. «Sono io personalmente che ho preso quella decisione» e ne spiega la ragione. «È stata assunta per un motivo di ordine logico. Dispiaceva anche a me dire no. Sapevo quanti strali mi avrebbe attirato, quanto disagio potevo creare, e soprattutto che avrei aggiunto sofferenza alle persone a lui legate: questo soprattutto mi ha addolorato, però ho pensato che non c`erano scelte». «Per la Chiesa – ha ricordato – il suicidio è intrinsecamente negativo». Se oggi tende a concedere il funerale religioso ai suicidi è perché si presuppone che sia mancata «la piena avvertenza e il deliberato consenso» perché la persona era «turbata psichicamente». «Nel caso di Welb