di Raffaele Nigro
I problemi agitati dalla bioetica -e l’università di Bari è all’avanguardia sul tema grazie a Francesco Bellina e Filippo Bosola che sono stati tra i fondatori della disciplina- arrivano sul tavolo degli avvocati e dei magistrati. È infatti in svolgimento presso la Corte d’Appello di Bari un convegno di studi su “Libertà individuale e testamento biologico nell’accanimento terapeutico e nell’eutanasia”.
L’argomento è quanto mai legata all’attualità italiana, intanto per la longevità che la medicina e la dieta mediterranea hanno garantito ai nostri anziani -siamo il Paese d’Europa dove la vita media si è allungata di più- e sia per la presenza se non ingerenza della Chiesa nelle scelte laiche del Paese. A organizzarlo sono l’Aiaf Puglia, l’associazione degli avvocati per la famiglia e per i minori, la Scuola Forense e la facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo barese, nelle persone dell’avvocato Anna Marseglia, del professor Michele Costantino, ordinario di Diritto privato e del presidente della Corte d’Appello di Lecce, Umberto Pagana. La questione si è fatta più che mai scottante dopo le ripetute richieste di intervento risolutore da parte di Welby. E se molti in Italia si oppongono alla «dolce morte» che hanno da qualche tempo ratificato gli olandesi, molti altri vogliono avere il diritto di andarsene, come sembra auspicare un luminare quale il professor Veronesi, appena viene il buio «decidendolo quando la luce è ancora accesa» Principio fondante della «volontà anticipata e di autodeterminazione» ovvero del «testamento biologico». In Italia, come sappiamo, non esiste una legge al riguardo. Chi dovesse praticare l’eutanasia sarebbe un omicida e basta, anche se il Comitato per la Bioetica ha stabilito che “le direttive anticipate potranno essere scritte su un foglio firmato dall’interessato, e i medici dovranno non solo tenerne conto, ma dovranno anche giustificare per iscritto le azioni che violeranno tale volontà”. Ma questo non basta, è necessario che si passi dal piano etico a quello giuridico perchè ogni cittadino ha il diritto di decidere in totale libertà il proprio futuro. Il valore delle scelte del malato, il diritto all’ autodeterminazione, il divieto di accanimento terapeutico sono ormai parte della nostra cultura, ma come dicevo disciplinati in maniera inadeguata. Ne traviamo traccia nella Costituzione (art. 13 e art. 32, secondo comma), nella Convenzione di Oviedo su diritti umani e biomedicina del 1997, ratificata dal nostro Paese nel 2001, ma di fatto non ancora in vigore. A questo riguardo le proposte di legge al vaglio del Parlamento sul testamento biologico pongono al centro informazione, consenso informato e direttive anticipate. Ma, soprattutto, il valore delle scelte della persona malata, il cui riconoscimento è cresciuto in maniera esponenziale nel corso degli ultimi decenni. E le ragioni sono nelle riflessioni dell’onorevole Livia Turco, per la quale «l’invecchiamento della popolazione e una aspettativa d ivita crescente ci hanno messo di fronte ad un incremento significativo della incidenza di patologie croniche. La medicina contemporanea ha consentito, di fatto, la cronicizzazione di malattie un tempo rapidamente mortali. L’Aids, il cancro, alcune patologie neurologiche ad andamento degenerativo oggi possono essere controllate e rallentate nella loro progressione verso gli effetti ultimi». Ma in controcanto politici e filosofi cattolici sostengono che la vita è un dono e che non si può e non si deve sottrarre alcun attimo a chicchessia. Di questi temi si dibatterà dunque da oggi 18 maggio nel convegno barese alla ricerca di una linea di equilibrio tra due posizioni integraliste e nel tentativo di giungere a una soluzione che provi a rispettare l’individuo e le sue ragioni. Legato al tema dell’eutanasia e quello dell’ accanimento terapeutico. Che significa infatti prendersi cura di un paziente e fino a che punto è legittimo somministrargli medicine e tenerlo intubato senza che lui partecipi con la propria volontà a questa scelta medica. Generalmente sono i familiari a voler tenere legato un paziente terminale a un filo di vita non vita, a feroci coma che durano a volte anni. In ragione della pietà, della speranza, dell’amore viscerale. Per secoli la medicina si è occupata di questo ma senza grandi mezzi, esercitando una funzione di accompagnamento del malato e del morente verso quello che si chiamava un tempo «il ponte di San Giacomo», il punto d’incontro tra aldilà e aldiquàche rappresentava un modo concreto del preoccuparsi e del fare tutto il possibile per lui. Alcune situazioni limite impongono oggi di ripensare l’esercizio dei limiti, quale sia il limite, oltre il quale la scienza, la tecnologia, la medicina, devono essere in grado di fermarsi e stabilire che oltre significherebbe volere il male piuttosto che il bene del paziente.
L’argomento è quanto mai legata all’attualità italiana, intanto per la longevità che la medicina e la dieta mediterranea hanno garantito ai nostri anziani -siamo il Paese d’Europa dove la vita media si è allungata di più- e sia per la presenza se non ingerenza della Chiesa nelle scelte laiche del Paese. A organizzarlo sono l’Aiaf Puglia, l’associazione degli avvocati per la famiglia e per i minori, la Scuola Forense e la facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo barese, nelle persone dell’avvocato Anna Marseglia, del professor Michele Costantino, ordinario di Diritto privato e del presidente della Corte d’Appello di Lecce, Umberto Pagana. La questione si è fatta più che mai scottante dopo le ripetute richieste di intervento risolutore da parte di Welby. E se molti in Italia si oppongono alla «dolce morte» che hanno da qualche tempo ratificato gli olandesi, molti altri vogliono avere il diritto di andarsene, come sembra auspicare un luminare quale il professor Veronesi, appena viene il buio «decidendolo quando la luce è ancora accesa» Principio fondante della «volontà anticipata e di autodeterminazione» ovvero del «testamento biologico». In Italia, come sappiamo, non esiste una legge al riguardo. Chi dovesse praticare l’eutanasia sarebbe un omicida e basta, anche se il Comitato per la Bioetica ha stabilito che “le direttive anticipate potranno essere scritte su un foglio firmato dall’interessato, e i medici dovranno non solo tenerne conto, ma dovranno anche giustificare per iscritto le azioni che violeranno tale volontà”. Ma questo non basta, è necessario che si passi dal piano etico a quello giuridico perchè ogni cittadino ha il diritto di decidere in totale libertà il proprio futuro. Il valore delle scelte del malato, il diritto all’ autodeterminazione, il divieto di accanimento terapeutico sono ormai parte della nostra cultura, ma come dicevo disciplinati in maniera inadeguata. Ne traviamo traccia nella Costituzione (art. 13 e art. 32, secondo comma), nella Convenzione di Oviedo su diritti umani e biomedicina del 1997, ratificata dal nostro Paese nel 2001, ma di fatto non ancora in vigore. A questo riguardo le proposte di legge al vaglio del Parlamento sul testamento biologico pongono al centro informazione, consenso informato e direttive anticipate. Ma, soprattutto, il valore delle scelte della persona malata, il cui riconoscimento è cresciuto in maniera esponenziale nel corso degli ultimi decenni. E le ragioni sono nelle riflessioni dell’onorevole Livia Turco, per la quale «l’invecchiamento della popolazione e una aspettativa d ivita crescente ci hanno messo di fronte ad un incremento significativo della incidenza di patologie croniche. La medicina contemporanea ha consentito, di fatto, la cronicizzazione di malattie un tempo rapidamente mortali. L’Aids, il cancro, alcune patologie neurologiche ad andamento degenerativo oggi possono essere controllate e rallentate nella loro progressione verso gli effetti ultimi». Ma in controcanto politici e filosofi cattolici sostengono che la vita è un dono e che non si può e non si deve sottrarre alcun attimo a chicchessia. Di questi temi si dibatterà dunque da oggi 18 maggio nel convegno barese alla ricerca di una linea di equilibrio tra due posizioni integraliste e nel tentativo di giungere a una soluzione che provi a rispettare l’individuo e le sue ragioni. Legato al tema dell’eutanasia e quello dell’ accanimento terapeutico. Che significa infatti prendersi cura di un paziente e fino a che punto è legittimo somministrargli medicine e tenerlo intubato senza che lui partecipi con la propria volontà a questa scelta medica. Generalmente sono i familiari a voler tenere legato un paziente terminale a un filo di vita non vita, a feroci coma che durano a volte anni. In ragione della pietà, della speranza, dell’amore viscerale. Per secoli la medicina si è occupata di questo ma senza grandi mezzi, esercitando una funzione di accompagnamento del malato e del morente verso quello che si chiamava un tempo «il ponte di San Giacomo», il punto d’incontro tra aldilà e aldiquàche rappresentava un modo concreto del preoccuparsi e del fare tutto il possibile per lui. Alcune situazioni limite impongono oggi di ripensare l’esercizio dei limiti, quale sia il limite, oltre il quale la scienza, la tecnologia, la medicina, devono essere in grado di fermarsi e stabilire che oltre significherebbe volere il male piuttosto che il bene del paziente.