di Eugenia Roccella
In politica, in genere, le sconfitte si pagano. Un leader che conduca il suo partito verso una strada senza uscita, o che sia punito dagli elettori, deve saper correggere la rotta, se non vuole essere accantonato. Non si tratta di una forma di vendetta tribale, ma di normale verifica democratica: fino a prova contraria, il consenso in democrazia è un obiettivo essenziale, su cui bisogna calibrare le scelte politiche.
Per la diessina Barbara Pollastrini la regola, però, sembra non valere. Grande fautrice del referendum sulla procreazione assistita, ha dovuto digerire uno dei risultati più deludenti mai ottenuti in una consultazione popolare, un misero 25,9% di votanti. Un vero schiaffo da parte dell’elettorato. L’analisi di chi aveva voluto andare al voto era dunque sbagliata, frutto di una lontananza dal Paese reale. Ma sull’errore si è deciso benevolmente di sorvolare, e la Pollastrini, diventata ministro delle Pari opportunità , si è dedicata al disegno di legge sui Dico. La proposta ha provocato all’interno della maggioranza immediati smottamenti, che hanno rischiato di trasformarsi in una vera e propria frana. Il governo ha poi preso le distanze dal provvedimento, che è stato abbandonato alla sua autonoma sorte parlamentare; nel documento programmatico su cui il presidente del Consiglio ha chiesto un rinnovato impegno al suo schieramento, i famosi 12 punti, non c’è traccia dei Dico. Il danno però era stato fatto, e le associazioni del laicato cattolico, sconcertate da una scala di priorità in cui si è voluto anteporre il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto a qualunque politica familiare, hanno indetto la manifestazione del 12 maggio. Parlare ancora del successo del Family Day è ridondante: tutti hanno potuto constatare, riflettere e tirare le conclusioni. Non si è trattato soltanto di numeri (benché anche quelli non siano trascurabili), quanto della comparsa sulla scena di un popolo che non è abituato a scendere in piazza, ma che oggi è disposto a farlo per difendere il patrimonio secolare dell’esperienza umana, e la non negoziabilità di alcuni fondamentali principi. La politica dovrà necessariamente tenere conto di questo nuovo soggetto, come deve tenere conto della diffidenza dei cattolici e di quell’ ampia parte di mondo laico che non giudica i Dico come la più luminosa punta di civiltà a cui si possa arrivare. Queste riflessioni, però, non sembrano aver lambito il ministro Pollastrini, che imperterrita dichiara di non voler deflettere dal punto più delicato e controverso del suo progetto di legge: il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto. I diritti personali dei conviventi, su cui si è imperniata tutta la campagna, improvvisamente non contano: contratti d’affitto, decisioni sul compagno malato, questioni economiche e successorie, non hanno più alcun interesse. Ma come, non era urgente fornire una risposta ai problemi concreti di chi convive? L’obiettivo non era la tutela dei diritti delle persone? E non è sempre meglio arrivare a una soluzione condivisa? Evidentemente no: è più importante non cedere sull’impostazione ideologica, anche se questo vuoi dire incrinare la compattezza già pericolante del proprio schieramento, riaccendere la polemica con il mondo cattolico, e soprattutto rischiare una probabile sconfitta. Ma tanto, le sconfitte non le paga direttamente il ministro: le paga il suo partito, o il governo di cui fa parte, e soprattutto le paga il Paese.
Per la diessina Barbara Pollastrini la regola, però, sembra non valere. Grande fautrice del referendum sulla procreazione assistita, ha dovuto digerire uno dei risultati più deludenti mai ottenuti in una consultazione popolare, un misero 25,9% di votanti. Un vero schiaffo da parte dell’elettorato. L’analisi di chi aveva voluto andare al voto era dunque sbagliata, frutto di una lontananza dal Paese reale. Ma sull’errore si è deciso benevolmente di sorvolare, e la Pollastrini, diventata ministro delle Pari opportunità , si è dedicata al disegno di legge sui Dico. La proposta ha provocato all’interno della maggioranza immediati smottamenti, che hanno rischiato di trasformarsi in una vera e propria frana. Il governo ha poi preso le distanze dal provvedimento, che è stato abbandonato alla sua autonoma sorte parlamentare; nel documento programmatico su cui il presidente del Consiglio ha chiesto un rinnovato impegno al suo schieramento, i famosi 12 punti, non c’è traccia dei Dico. Il danno però era stato fatto, e le associazioni del laicato cattolico, sconcertate da una scala di priorità in cui si è voluto anteporre il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto a qualunque politica familiare, hanno indetto la manifestazione del 12 maggio. Parlare ancora del successo del Family Day è ridondante: tutti hanno potuto constatare, riflettere e tirare le conclusioni. Non si è trattato soltanto di numeri (benché anche quelli non siano trascurabili), quanto della comparsa sulla scena di un popolo che non è abituato a scendere in piazza, ma che oggi è disposto a farlo per difendere il patrimonio secolare dell’esperienza umana, e la non negoziabilità di alcuni fondamentali principi. La politica dovrà necessariamente tenere conto di questo nuovo soggetto, come deve tenere conto della diffidenza dei cattolici e di quell’ ampia parte di mondo laico che non giudica i Dico come la più luminosa punta di civiltà a cui si possa arrivare. Queste riflessioni, però, non sembrano aver lambito il ministro Pollastrini, che imperterrita dichiara di non voler deflettere dal punto più delicato e controverso del suo progetto di legge: il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto. I diritti personali dei conviventi, su cui si è imperniata tutta la campagna, improvvisamente non contano: contratti d’affitto, decisioni sul compagno malato, questioni economiche e successorie, non hanno più alcun interesse. Ma come, non era urgente fornire una risposta ai problemi concreti di chi convive? L’obiettivo non era la tutela dei diritti delle persone? E non è sempre meglio arrivare a una soluzione condivisa? Evidentemente no: è più importante non cedere sull’impostazione ideologica, anche se questo vuoi dire incrinare la compattezza già pericolante del proprio schieramento, riaccendere la polemica con il mondo cattolico, e soprattutto rischiare una probabile sconfitta. Ma tanto, le sconfitte non le paga direttamente il ministro: le paga il suo partito, o il governo di cui fa parte, e soprattutto le paga il Paese.