Anche al meeting di Comunione e Liberazione – mi scrive da Firenze Alda Baresi – affiora l’intenzione di riconoscere con una legge il "testamento biologico", ovvero il diritto a decidere di se stessi, della propria fine.
Mi pare che lei sia citato da Umberto Veronesi nella sua prefazione a questo tipo di testamento. Vuole dirci qualcosa di più?».
Tema delicato che investe la fragile complessità umana, sul quale esprimerò opinioni che forse non troveranno d’accordo tanti lettori. Ma non mi tiro indietro. Nell’antica Grecia si discuteva nella piazza (agorà) non solo dell’amministrazione della cosa pubblica ma anche dei problemi più strettamente privati come la vita e la morte. Anche per questo, poco tempo fa, ho scelto un supermarket per effettuare un sondaggio volante fra gli avventori: chi di loro conosceva il principio della "volontà anticipata", ovvero il diritto di decidere in piena lucidità come chiudere la propria vita? Chi aveva sentito parlare del testamento biologico?
Una ragazza in tuta da jogging: «E’ quello dove non ci si preoccupa degli eredi, ma di sé stessi, di come si vuole morire…». La interrompe un’anziana: «Lo sa nostro Signore come dobbiamo morire». Interviene una signora: «Ho vissuto l’agonia di mio padre assalito dal cancro, si strappava il tubo dell’ossigeno, implorava di lasciarlo finire. Era peccato mortale aiutarlo?» Una ex teenager con pupo nel carrello fra i barattoli: «Sono credente, ma non si può paragonare l’eutanasia alla pena di morte. E’ un’ultima pena di vita che si vuole abbreviare».
Qualcuno commenta: «Bel tipo di cattolica». Ma un altro ribatte: «Anche Cristo in croce gridò: Padre perché mi hai abbandonato?». Un pensionato mi riconosce, anche lui ricorda la citazione di Veronesi e mi invita: «Dica la sua». Avrei preferito ascoltare, ma non mi sottraggo. La frase citata è questa : «rivendico il diritto di andarmene quando sarà buio, decidendolo ora, che la luce è ancora accesa». E aggiungo: credo che come nominiamo un erede testamentario dovremmo scegliere un garante delle nostre ultime ore. Io l’ho già fatto dicendo alla donna che mi è stata vicina per una vita: assumiti tu questo peso terribile se un giorno ti accorgessi che è necessario. Fallo per me che desidero essere ricordato per i miei ultimi sguardi, le ultime parole e non per gli spasmi di un essere distrutto dal dolore. In Italia in questo campo c’è un vuoto normativo che invece è disciplinato e operativo in altri Paesi fra cui Francia,Spagna, Belgio, Olanda, Gran Bretagna,Svizzera, Usa. E, visto che parliamo di nostra sorella morte, vorrei aggiungere qualche pensiero. Conosco i motivi religiosi che s’invocano contro la "dolce fine" (è Dio che ci dà la vita ed è l’unico autorizzato a togliercela), conosco i dubbi della legge (quanti delitti potrebbero essere truccati da gesti umanitari?); conosco le ragioni della scienza medica (un uomo è vivo finché respira e il medico ha l’unico dovere di aiutarlo a re- spirare fino alla fine). Conosco tutte queste argomentazioni e tuttavia mi rifiuto di credere in un Dio che – sia pur per i suoi "imperscrutabili disegni" – pretenda un’agonia straziante. Mi rifiuto di credere in una scienza la quale, dopo aver accertato l’ineluttabile (per esempio una devastante metastasi), prolunghi inutili cure e disumane sofferenze. Mi rifiuto di credere in una giustizia che non sappia distinguere un atto di pietà da un delitto mascherato.
Ripenso ai versi di Cardarelli : «morire sì, non essere aggrediti dalla morte". E ogni volta che so di un infelice spietatamente aggredito dalla morte, mi indigno nel veder tutto l’affaccendarsi al suo capezzale per prolungare questa aggressione. In Italia dove ormai non ci si ferma più dinnanzi a niente, si è ancora esitanti di fronte a quelle barriere di cartapesta che sono certe frasi altisonanti: "omicidio legalizzato" e "inviolabilità della vita" diventano colpi di gran cassa quando la vita è ridotta a uno scampolo straziante. La Chiesa più di una volta ha chiesto perdono per clamorosi errori commessi nei secoli passati. Credo che fra anni un Papa chiederà scusa per il rifiuto dell’ autorità ecclesiastica di concedere le esequie religiose a Piergiorgio Welby, "colpevole" di aver invocato una fine al suo martirio. «Il diritto canonico – mi ha detto un teologo – considera peccatore chi si ritiene padrone della propria vita». Tutti i codici vanno aggiornati, gli ho risposto, compreso quello canonico.Se no saremmo fermi al rogo di Giordano Bruno.
Pochi giorni fa è morto Full, il nostro amatissimo lupo. Il suo vecchio cuore frullava lieve come quello di un passero e inoltre, come tutti pastori tedeschi,soffriva la progressiva paralisi delle zampe posteriori. Trascinandole s’era ferito e nella piaga le mosche avevano deposto le uova, erano nate le larve che si moltiplicavano nonostante le nostre cure. Il veterinario disse che poteva tirare avanti qualche settimana e allora decidemmo di porre fine a una inutile tortura. Ero in viaggio e pregai mio figlio Alessandro di assumersi questo compito ingrato. Continuò a carezzarlo sulla testa mentre il veterinario cercava una fragilissima vena in cui iniettò un sonnifero. Full si addormentò subito, allora il medico gli fece l’iniezione letale. Alessandro continuò a carezzarlo piangendo silenziosamente. Il cane senza un sussulto, scivolò con dolcezza dal sonno ipnotico a quello eterno. Credo che chi ha vissuto da buon cristiano meriti lo stesso gesto di pietà che non si nega a un cane morente.