Se la Ru486 sia più ingiusta dell’aborto chirurgico.

Lettera al Foglio (con risposta) di Gaia Carretta, membro di giunta dell’Associazione Luca Coscioni

Al direttore – Se la donna deve partorire nel dolore e l’uomo lavorare con grande sudore, le abili parole usate da Eugenia Roccella sono smentite dai fatti. Roccella coglie un punto che riguarda la distribuzione della Ru486 che ancora non era emerso fino a ora: nei paesi dove si pratica l’aborto farmacologico (in Europa tutti tranne Italia, Portogallo e Irlanda), le donne preferiscono comunque il metodo cirurgico, perché, come dice Roccella, “è proprio l’aborto chimico che avviene nel sangue”. E’ falso quindi dire che la Ru486 porterà a una sottovaluzione culturale e simbolica dell’interruzione volontaria di gravidanza.

Nelle parole
di Eugenia Roccella leggo molta abilità stilistica,
ma anche molta retorica. E’ facile appigliarsi
alle ragioni del proibizionismo per convincere
della giustezza di una posizione, mentre
è più difficile pensare a una società libera e
responsabile, anche di decidere quando procreare,
se farlo come bestie o con amore. E’
un’ingiustizia storica e sociale affermare che
l’aborto clandestino era una forma drammatica
ma incoercibile di libertà di scelta. E’ un’ingiustiza
nei confronti della persona e della società,
non solo della donna. E’ un’ingiustizia
nei confronti di tutto il sistema paese, sociale,
sanitario e anche economico. Significa buttare
nella spazzatura i dati sulle diminuzioni di Ivg
da quando la pratica è stata regolamentata.
Non mi voglio soffermare sul pietismo esistenziale
di quanto una donna in realtà prenda
con grande difficoltà e pesantezza d’animo
questo tipo di scelta, perché voglio prendere per
buona la sua tesi, cioè che tutte le donne decidono
di abortire a cuor leggero, come bere un
bicchier d’acqua, ancora meglio se con il bicchier
d’acqua ci si aggiunge una pillola che in
quattro e quattr’otto risolve il problema. Non
voglio quindi cadere nel retorico e sto alla tesi
per cui è sociologicamente giusto che “la donna
deve partorire nel dolore”. Ma a questo punto
chi è in difetto non sono queste sciagurate
che se ne vanno in giro a farsi inseminare dal
primo che capita e poi si vogliono liberare del
fagotto che ingombra. Come al solito si identifica
il problema nel mezzo e non nella persona.
Una macchina potente è pericolosa se chi la
guida va troppo veloce, quindi la responsabilità
spetta a chi decide di acquistarla e a superare
i limiti, non al mercato delle macchine.
Mettere in distribuzione la Ru486 deve essere
un atto di responsabilità che il governo e il ministro
della Sanità si assume nei confronti di
tutti i cittadini, uomini e donne che siano, a
partire da una corretta informazione di come
si svolgono esattamente le procedure, di quanto
tempo è necessario, le conseguenze fisiologiche
e psichiche, insomma, i consultori devono
funzionare veramente e i medici devono informare
veramente e non continuare a considerare
i pazienti come dei casi da risolvere, evitare
anche di considerare quella cosa che sta in
pancia come un fagotto che dà fastidio e via
che con un taglio e un’aspirazione si risolve
tutto. Per la prima volta, con l’aborto farmacologico,
il coinvolgimento è diretto da parte di
tutti: donna, uomo, medico. Il medico: deve
informare correttamente sulle dinamiche e le
conseguenze fisiologiche che i due giorni di processo
comportano, dovrà seguire la donna nella
degenza e in qualsiasi momento di urgenza;
l’uomo: per la prima volta accompagna realmente
la donna in questo percorso, non la lascia
prima di una sala operatoria e la riprende
al risveglio, ma accanto a lei vive ogni fase;
la donna: è cosciente in ogni momento di quello
che sta succedendo, il corpo glielo dice e glielo
conferma in ogni secondo. La Ru486 non degrada,
ma responsabilizza: la donna continuerà
a partorire con dolore e l’uomo per la
prima volta lavorerà con sudore.
Gaia Carretta, Giunta dell’Associazione Luca Coscioni

Ma che c’entra il proibizionismo? L’articolo
di Eugenia Roccella sostiene che è
una colossale balla quella che attribuisce
all’aborto con la Ru486 caratteristiche di
minore invasività e minore sofferenza per
la donna rispetto al metodo Karman finora
usato in Italia. Sulla base di quel bugiardo
assunto si muovono i sostenitori dell’aborto
chimico: a banalizzare e minimizzare, e
a sostenere che si tratta di una conquista di
maggiore libertà per le donne, sono loro,
non certo chi, per averla sperimentata, sa
quanto dolore fisico comporti la Ru486.
Quando si sostiene che la pillola abortiva
porta a una sottovalutazione culturale e
simbolica dell’interruzione volontaria di
gravidanza, non si dice quindi che quella
sottovalutazione riguarda le donne, ma la
cosa esattamente contraria: è l’insieme della
società che viene indotto a considerare
l’interruzione di gravidanza qualcosa di
semplice “come bere un bicchiere d’acqua”,
ed è nella sfera pubblica che quello
sarà considerato, a torto, aborto “senza dolore”.
Quanto alla “incoercibile e drammatica
libertà di scelta” dell’aborto, anche di
quello clandestino, si vuole semplicemente
ricordare che le donne quella triste libertà
l’hanno sempre esercitata, anche nel pericolo,
e che quello che hanno conquistato
con la 194 è la possibilità di farlo in modo
decoroso e non pericoloso. Quanto alla
Ru486, andrebbe detta la verità: è un metodo
sostenuto dai movimenti antinatalisti,
che la promuovono soprattutto nel Terzo
mondo (dove le condizioni di assistenza sono
più precarie e dove quindi può fare più
danni alla salute delle donne) e dalla classe
medica, che per quanto la riguarda trasforma
l’aborto in una ricetta. A sanguinare,
tanto, sono le donne. (nic.til.)