La crisi mondiale non lascia spazi indenni. Per prevedere quali settori verranno via via colpiti è, però, opportuno osservare il trend negli Stati Uniti che sembra precedere, sia pure per poco, l’andamento che si verificherà altrove. Ad esempio in Usa dapprima si è avuto il crollo dei mutui edilizi, poi il dissesto bancario, quindi la minaccia di tracollo dell’auto.
Analoga, dopo breve tempo, la cadenza negli altri continenti. Oggi qualche giornale comincia a parlare della bancarotta degli ospedali americani. Le notizie sono altamente drammatiche. Dato che in America chi perde il lavoro si vede abrogata anche l’assicurazione sanitaria, ben 1,5 milioni di lavoratori restati negli ultimi mesi senza posto non si vedono più coperte le spese per la salute (aggiungendosi ai 42 milioni di cittadini a reddito medio basso che già non ne usufruiscono). Di conseguenza anche molti ospedali privati convenzionati con basso margine di profitto (circa l’1%) sono obbligati a dismettere l’attività. I giornali danno notizia che in California cinque grandi ospedali sono alla bancarotta, uno, oberato dal passivo ha dovuto chiudere il padiglione pediatrico, mettendo alla porta piccoli pazienti e numerosi dipendenti. L’esodo di clienti convenzionati e la discesa a picco delle donazioni, falcidiate dalla Borsa in picchiata, tagliano le principali voci di entrata anche nella Costa Atlantica dove si riducono gli stipendi, si licenziano i dipendenti, si chiudono i reparti. A Queens (New York) due ospedali religiosi, il “Mary Immaculate” e il “St John’s” non sono più in grado di andare avanti dopo la sospensione delle sovvenzioni pubbliche. Altri casi sono segnalati nel Maine, nella Virginia, nel New Jersey. La rapidità del processo in atto ha anche messo in allarme le associazioni professionali, in primo luogo degli infermieri, dato che negli ospedali lavorano 4,7 milioni di dipendenti, il doppio che nell’auto. Veniamo alla situazione italiana che può essere verificata dal ponderoso VI Rapporto del Ceis-Sanità dell’Università di Tor Vergata, presentato pochi giorni orsono. Quest’anno lo studio, molto approfondito e, pertanto, neppur brevemente riassumibile, è incentrato sugli effetti sul sistema sanitario del federalismo fiscale e della riforma del Titolo V della Costituzione. Qui mi limito a riportare solo qualche breve passaggio: «Dai dati disponibili e dalle stime effettuate in ordine alla evoluzione della spesa, alle Regioni potrebbero mancare 3-4 miliardi nel 2009, che potrebbero salire fino a 10 miliardi di euro nel 2010….. L’Italia per quanto riguarda la spesa può definirsi un paese virtuoso… la variabilità della spesa fra le Regioni è però molto diversa come anche la dinamica. La spesa privata essendo legata al reddito è molto variabile; la spesa pubblica non sembra compensare tali differenze ». Così la non osservanza dei Lea (Livelli essenziali di assistenza) per impossibilità finanziaria delle Regioni a minor reddito aggraverà ancor più le differenze tra Nord e Sud e tra meno abbienti e benestanti. Se poi le previsioni del Ceis risulteranno realistiche a meno che — lo dice lo stesso Rapporto — non si verifichino recuperi massicci di efficienza attraverso adeguati investimenti (ma chi ci crede?) la conclusione è nota: nuovi allarmi sulla spesa fuori controllo, nuovi tagli a livello nazionale e a livello regionale, altri impoverimenti di famiglie soggette a spese catastrofiche (nel 2006 sono state ben 861.383, caratterizzate dalla presenza di uno o più anziani sopra i 65 anni, bisognosi di cure e accudimenti non forniti dal servizio pubblico). Così come si interviene per salvare le banche o la Fiat, è assolutamente indispensabile fronteggiare una catastrofe sanitaria. Ed è possibile. Basta aumentare nettamente il prezzo delle sigarette ed approvare la legge bipartisan Marino-Tomassini per destinare l’introito al Ssn. I conti sono semplici. Nel 2008 il fatturato di vendita delle sigarette è ammontato a 17,5 miliardi di euro, sui quali tra accise ed Iva lo Stato ne ha prelevati circa 13. Se il governo con una misura drastica e clamorosa aumentasse il prezzo del 50%, incasserebbe teoricamente una cifra di 6,5 miliardi. Sicuramente si verificherebbe, però, una diminuzione delle vendite dovuta al fatto che una percentuale di fumatori smetterebbe, con vantaggio della salute, ed un’altra percentuale incrementerebbe il contrabbando in mano alla malavita organizzata, che andrebbe fronteggiata con ancor maggiore impegno. Ma anche se alla fine il gettito fiscale netto risultasse di 5 miliardi, il sostegno al Ssn sarebbe notevole, senza alcun aggravio per il fisco. Perché non farlo?