Tra lui e il capo del centrosinistra anche tensioni personali. La difficile mediazione di Mastella con il leader dell’Unione: basta risentimenti, mica devi andare a cena con Francesco.
Nella rottura tra Romano Prodi e Francesco Rutelli non c’entra la politica, sebbene venga addebitata a una differente strategia politica la fine del loro legame. Ma si tratta di un pietoso alibi che in realtà cela rancori personali, e difficilmente un compromesso in nome dell’Ulivo sanerà le ferite di un rapporto che non è più ricomponibile. Perchè si tratta di sentimenti, «e Romano — dice il leader della Margherita nutre verso di me lo stesso sentimento che Chirac nutre verso Sarkozy». Così persino le mediazioni diventano difficili, Clemente Mastella se n’è reso conto ieri mentre al telefono tentava di placare l’ira del Professore contro Rutelli: «Romano… Romano ascoltami… Roma… Ro… Romano lascia perdere i risentimenti. Mica devi andarci a cena con Francesco. Vogliamo vincere? E per vincere serve la pazienza della politica».
Invece nel centrosinistra si coltivano reciproci sospetti, e i sospetti di Rutelli si sono tramutati in certezza quando Prodi — alla festa dell’Unità di Genova nel settembre scorso — dopo avergli dato del «bello guaglione» annunciò dinnanzi a Piero Fassino che il suo obiettivo era rimanere solo cinque anni al governo: «Poi passerò la mano». Il capo dei Dl si convinse che il Professore, puntando alla lista unica, aveva barattato la Margherita per Palazzo Chigi con i Ds.
Ma Rutelli alla lista unica non accederà, men che meno al partito unico, «perché le mie origini sono radicali e non saro mai un cattocomunista». Sul partito ha puntato tutto, anche a costo di sfiduciare il primato di Prodi nella coalizione, arrivando a offrire ai Ds la leadership dell’unione se il Professore dovesse dare il via libera alla scissione. «Qualora saltasse Romano — ha fatto sapere preventivamente al Botteghino attraverso un emissario — toccherebbe a voi la scelta del candidato premier. Deciderete poi chi».
È pronto a tutto pur di tutelare il marchio di fabbrica, e «non sono disposto a svenderlo» ora che il consenso elettorale testimonia come il posizionamento politico della Margherita abbia pagato. E poco gli importa se lo accusano di fare il verso alla vecchia Dc, se gli danno del trasformista per aver aperto le porte ai delusi del berlusconismo, se lo additano come un traditore per aver votato in Parlamento la legge sulla procreazione assistita. Rutelli, specie su questo tema, non intende arretrare, attenderà però l’ultima settimana prima del voto referendario per annunciare che si asterrà.
Dirà che «si tratta di una scelta di coscienza”, che «la mia posizione non è di schieramento ma di merito». Eppoi respingerà la tesi dello scontro di civiltà fra cattolici e laici, «poiché il tema della bioetica non può essere scambiato per uno scontro tra l’etica religiosa e un’etica laica». Sarà un passaggio delicatissimo, e il presidente della Margherita vorrà specificare che la sua opzione «a favore della vita» avrà come obiettivo l’applicazione della legge: «La legge va sperimentata», per verificarne la validità. E ritiene che su alcuni punti, soprattutto quello relativo alla sperimentazione scientifica, «si possa tornare a discuterne in Parlamento dopo il referendum».
Proprio per sottolineare che la decisione di astenersi sulla procreazione assistita è una scelta limitata a questo campo, ribadirà la «netta opposizione» alla modifica della legge 194 che re gola l’aborto. Nessuna deriva confessionale, dunque, anche se la scelta di Rutelli riscuote «vivi apprezzamenti» oltre Tevere, nelle alte gerarchie ecclesiali, che a più riprese direttamente e per interposta persona si con gratulano per il suo «coraggio