RU486: se l’aborto diventa statale

Mauro Mellini

I giorno dopo le elezioni, i Vescovi hanno riscosso il prezzo dei loro intervento a favore dei Vincitori. I presidenti eletti di Piemonte, Veneto e Campania hanno dichiarato che, benché la "pillola RU 486" sia oramai tra i farmaci che hanno superato tutti gli esami ed ha quindi la sua brava licenza, nelle "loro" regioni essa rimarrà negli imballaggi. Questa autentica ribellione, frutto di una sorta di "voto di scambio", è resa possibile per il fatto che la somministrazione deve, non per una necessità clinica, ma per una norma di legge, essere effettuata in sede ospedaliera. Abbiamo quindi il grottesco di una pillola che è legale ma la sua somministrazione è illegale a seconda delle Regioni da cui dipendono le strutture ospedaliere in cui dovrebbe avvenire. Questo in termini un po’ grossolani ma assai più puntuali di quelli che, con maggiore raffinatezza lessicale e giuridica, potrebbero essere espressi da chi, magari, "ne sa" più di noi.

Potremmo quindi parlare della "pillola del giorno dopo le elezioni" (ben consci che la cosiddetta "pillola del giorno dopo" è altra cosa rispetto alla RU486 di cui oggi parliamo, non foss’altro per non avere, a differenza della seconda, effetti abortivi). La somministrazione ospedaliera, dicevamo, non è imposta da motivi di necessità e di opportunità medica. E’ la logica (si fa per dire) conseguenza dell’impostazione statalista della Legge 194 che stabiliva, senza magari che i legislatori (con le dovute eccezioni) se ne rendessero esattamente conto, una sorta di monopolio statale (pubblico, regionale) dell’aborto. Abolita la legislazione penale che lo puniva di per sé (quale reato, secondo t’impianto originario da codice del 1930, "contro l’integrità e la sanità della stirpe") con pene pesanti, la nuova normativa penale, almeno in parte, assumeva il carattere sanzionatorio della violazione del monopolio pubblico (statale-regionale). Un po’ come quello sui tabacchi.

Questa caratteristica abnorme e grottesca, che nessuno (tranne chi scrive) volle evidenziare, nei suoi più crudi termini, era il portato di un sostanziale (formalmente negato) accordo di compromesso tra comunisti e democristiani. Apparve loro (e non solo a loro) come una soluzione mediana tra la legalizzazione e la proibizione sanzionata penalmente. I democristiani non si avvidero (o mostrarono di non avvedersi) della gravità, anche per i loro principi, di quel monopolio statale, maggiormente lesivo di quei principi che non la pura e semplice depenalizzazione dell’aborto. Non se ne accorsero neppure i cosiddetti Laici.

Ricordo che, in un rapporto di amichevole inimicizia che avevo con Carlo Casini, l’ex P.M. di Firenze, deputato D.C., presidente, mi pare, del "Movimento per la vita" cercai con pazienza per me insolita di farlo ragionare su questo punto. Casini (Carlo) è un’ottima persona di convincimenti irremovibili e di atteggiamenti duri. Ma, in mezzo a tanta ipocrisia, era certamente una persona dalle idee rispettabili, benché a volte ne fosse preso dal furore ideologico. Riuscivo, a tratti, a portarlo alla soglia del mio punto di vista, ma poi, contestandomi, tra il serio ed il faceto, che io ero il diavolo (o giù di lì) troncava netto il ragionare perché "non potevo" aver ragione. C’è da dire che le Femministe, o la maggior parte di esse, o quelle che strillando di più, sembravano maggioranza, con una tetragona ostilità per la razionalità non minore di quella del buon Carlo Casini (e meno elegante) rifiutarono inviperite il concetto della pura e semplice liberalizzazione e della possibilità, quindi, di interventi in sedi e con medici privati, con argomenti che andavano dal rifiuto di considerare la volontà di riservatezza delle donne che per questa ragione potevano preferire rivolgersi a medici privati, perché "non dovevano vergognarsi ed, anzi, dovevano vergognarsi di vergognarsi’, all’esigenza di impedire che dei medici privati "si arricchissero sulla pelle delle donne".

Affrontare con loro la questione dell’assurdo di quel monopolio statale era come parlare al muro. Molto peggio che con Casini (Carlo). Tutta l’assurdità, anche dal punto di vista dell’etica cattolica, del monopolio statale dell’aborto, si manifesta ora proprio nella questione della pillola RU 486. II monopolio, una volta passato alle Regioni ed una volta che il peso politico dei cattolici (che preferirono il monopolio puntando proprio sulle difficoltà di fatto che con esso si possono frapporre alle donne, tralasciando ogni dato di principio) può consentire, invece di rendere più difficoltoso l’aborto, di impedire, praticamente, quello praticato con la pillola.

Almeno in alcune Regioni governate da chi sia ricorso a quel certo "voto di scambio". Il funzionamento, tutto sommato, abbastanza positivo, della legge 194 ed anche la diminuzione assai forte degli aborti conseguente la fine del regime di persecuzione-clandestinità (o, se sì preferisce, libertà della clandestinità) ha fatto dimenticare a lungo ogni questione di principio agitata all’epoca della battaglia sulla legge e poi sul referendum. Se la tesi sull’illegittimità del monopolio statale da me allora sostenuta non aveva convinto quasi nessuno (neppure, mi pare, tra i miei compagni radicali) ora essa è stata cancellata anche dalla rpemoria dei pochi che le prestarono qualche attenzione. Ma proprio oggi sarebbe opportuno ricordarsene, nel momento in cui alcuni neopresidenti di regioni fanno promessa di abusare del monopolio per sopprimere la facoltà di esercitare il diritto altrove riconosciuto. Può darsi che attribuisca troppa importanza ad una delle tante mie "buone intenzioni" versate nell’attività parlamentare, rimaste a lastricare la via dell’insuccesso. Ma anche sull’idea dell’insuccesso c’è da intendersi. lo almeno non lo considero mai così definitivo ed improduttivo di effetti. Non solo morali.  

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