Sulle droghe, Trump cento ne pensa ma qualcosa fa

Donald Trump

Testo preparato con Peppe Brescia

L’iniziativa dell’amministrazione Trump in materia di riforma delle drug policy federali continua a procedere in maniera spedita.

Dopo la presentazione di un testo sull’accesso alle terapie psichedeliche per i veterani militari presentato da un gruppo bipartisan di senatori a fine marzo, il 23 aprile, procuratore ad interim Todd Blanche, dando seguito all’iniziativa del presidente Trump del dicembre 2025, disposizione al Dipartimento di Giustizia di procedere alla riclassificazione della Cannabis a uso medico all’interno delle tabelle federali dei narcotici. Il provvedimento interesserà i prodotti già approvati dalla Food and Drug Administration e per i quali siano già stati realizzati trial clinici a livello statale.

La portata del provvedimento esula dagli immediati esiti pratici. Fino a oggi, infatti, la Cannabis era compresa nella Tabella (Schedule) I, la classificazione più restrittiva che include le sostanze considerate prive di uso medico riconosciuto e con alto rischio di dipendenza.  Il passaggio alla Schedule III – quindi tra le sostanze dagli usi medici riconosciuti e dal basso rischio di dipendenza -, costituisce non solo un atto politico significativo, ma segna anche e soprattutto un’evidente presa d’atto delle evidenze scientifiche finora emerse.

Come specificato dalle autorità, il provvedimento di Blanche non inciderà sull’iter di regolamentazione a livello federale, poiché i divieti sull’uso personale resteranno in vigore.

Tuttavia, la riclassificazione ridurrà diversi ostacoli, agevolando la definizione dei programmi incentrati sullo studio della sostanza nonché il meccanismo degli investimenti finanziari.

Stando a quanto dichiarato da Blanche, la misura potrebbe costituire la fase iniziale di un’iniziativa legislativa di più ampio respiro, finalizzata a una nuova classificazione della pianta per ogni suo utilizzo con l’obiettivo di rimuovere gli impedimenti alla ricerca, alleggerire il carico fiscale e facilitare l’accesso ai finanziamenti per le imprese.

D’altro canto, anche dal punto di vista economico le implicazioni si sono dimostrate rilevanti: in seguito all’annuncio del decreto di Blanche, le azioni delle società del settore della cannabis quotate negli Stati Uniti hanno fatto registrare una momentanea crescita tra il 6% e il 13%.

Le reazioni da parte di commentatori e operatori del settore sono state generalmente positive. Secondo Kim Rivers, CEO di Trulieve, è stato “portato a termine il primo cambiamento politico significativo in materia di Cannabis nella storia degli Stati Uniti” – punto di vista che accomuna i vertici delle maggiori aziende statunitensi. La stessa Drug Enforcement Administration (DEA), coinvolta in maniera diretta nel processo, ha motivato la decisione con la necessità di attenuare alcune delle restrizioni attualmente più rigide.

Come spesso accade in merito a provvedimenti riguardo le politiche sulle droghe, anche le dichiarazioni di esponenti contrari alla riforma non si sono fatte attendere. Curiosamente, le critiche più consistenti sono arrivate proprio dall’interno del partito repubblicano. Già nel Dicembre 2025, un gruppo di 22 senatori GOP aveva firmato una lettera indirizzata a Trump con la richiesta di rivedere la misura.

Stando poi al senatore dell’Arkansas Tom Cotton, il provvedimento segna un passo “nella direzione sbagliata”. A fargli eco, Kevin Sabet – fondatore e presidente dell’associazione di lobbying Smart Approaches to Marijuana, che ha commentato: “Con questa mossa ci troviamo davanti all’amministrazione più pro-droga della nostra storia. La politica è ora dettata dai Ceo della marijuana, dagli investitori nel mercato degli psichedelici e da podcaster in attiva dipendenza”.

Un ulteriore aspetto alla base della decisione di classificare nuovamente la Cannabis riguarda la situazione di eterogeneità tra leggi statali e leggi federali. Negli ultimi anni, il numero di Stati che ha legalizzato gli utilizzi personali è salito a 24 su 50: ciò ha progressivamente generato una situazione giuridicamente incerta, contraddistinta da grande instabilità normativa. Uno dei casi emblematici è connesso alla giustizia sociale: in passato, molte persone sono state condannate per reati legati alla Cannabis che oggi, in diversi stati, non sono più considerati tali, sollevando perplessità sulle effettive proporzionalità ed equità delle sanzioni.

La riclassificazione potrebbe allora costituire un tentativo di ridurre la distanza da una legge federale ormai anacronistica. Non a caso, nell’ordinanza si legge che “alla luce di tali precedenti, il procuratore generale ha stabilito che l’integrazione dei sistemi di licenza statali nel quadro di registrazione federale rappresenta il mezzo più efficace ed efficiente per raggiungere gli obiettivi del Controlled Substance Act in materia di marijuana terapeutica”.

Come detto, il processo burocratico appare non ancora concluso.

Resta ad ogni modo la sensazione che il tema sia definitivamente entrato nell’agenda politica statunitense tramite un approccio non più esclusivamente repressivo, quanto piuttosto sensibile in maggior misura agli aspetti medici, sociali ed economici.

Responsabile legale della Lista Referendum e Democrazia dal 2022 e Presidente del Comitato Promotore Referendum Cannabis Legale (2021), per l’Associazione coordina varie attività. Senatore radicale (2008 – 2013) per 20 anni ha rappresentato il Partito Radicale all’ONU. Ha collaborato con studi legali inglesi e fondazioni americane su questioni di diritti umani in Italia. Nel 2018 ha fondato Science for Democracy e nel 2021 è stato Sherpa per il Values 20 Group. Ha pubblicato “Operazione Idigov, Come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni Unite” e “Farnesina Radicale, memorie scelte di vent’anni in giro per il mondo per il Partito Radicale”, “Sgorga Tumulto, finzione, funzione non fazione politica” e curato  “La Cannabis fa bene alla Politica”, “Terapie Stupefacenti” e “È la dose che fa ‘l veleno” (tutti con Reality Book). Per Fandango Libri, con Filomena Gallo ha curato “Proibisco Ergo Sum” (2018) e con Giulia Perrone “Così San Tutt3” (2021). È laureato in lingua e letteratura nord-americana.