Ru 486: ora cercano la scorciatoia europea

di Assuntina Morresi
“Che sia la volta buona?”: i fan della pillola abortiva hanno di nuovo annunciato a tutti -lo fanno circa due volte l’anno, a cadenza regolare- che la Exelgyn, la ditta francese che ha come unico prodotto la Ru 486, ne chiederà presto la commercializzazione in Italia. Chissà, forse stavolta è vero. Forse è anche per merito di Maura Cossutta, che al convegno romano della Fiapac, la Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione, sponsorizzato dalla Exelgyn, ha portato i calorosi saluti del ministro Turco, dalla quale è delegata alla revisione delle linee guida della legge 40.

L’Emea, l’autorità farmacologica europea, ha infatti concluso la procedura con cui la Francia ha chiesto di ridurre le dosi della Ru 486 da 600 a 200 mg: quando l’iter burocratico sarà totalmente terminato, la ditta potrà chiedere di vendere la pillola in Italia, utilizzando la procedura del mutuo riconoscimento (anche se ieri sera fonti comunitarie sollevavano dubbi circa la rapidità dell’iter). Sembra destinato a cadere quindi l’unico vero motivo per cui finora la Ru 486 non è stata utilizzata nel nostro Paese: parlare di «sei anni di boicottaggi», come dichiarato dal ginecologo e radicale Silvio Viale, è una menzogna, visto che la Exelgyn fino a oggi non ha mai chiesto di introdurre la pillola abortiva da noi, neppure quando era ministro della Salute Umberto Veronesi, che ha sempre pubblicamente sostenuto l’aborto chimico. L’autorità europea ha dato l’assenso specificando che con la dose inferiore «non si possono escludere rischi maggiori di gravidanze che proseguono», e chiedendo di aggiungere fra le nuove informazioni da dare il rischio di infezioni fatali in caso di somministrazione vaginale del misoprostol (il farmaco che si assume dopo la Ru 486). Che abbassare la quantità di Ru 486 possa essere meno efficace l’aveva gia dichiarato un anno fa Etienne Emile Beaulieu, il padre della pillola abortiva. Diversamente da quanto sostenuto dall’Emea, invece, non è stato dimostrato finora alcun nesso fra la somministrazione vaginale del secondo farmaco abortivo e le infezioni mortali: è solo un’ipotesi, confutata anche da alcuni sostenitori dell’aborto chimico. Sulla dinamica delle morti imputabili alla «kill pill» -la pillola della morte, com’è stata ribattezzata- c’e ancora molto da chiarire: l’ipotesi più accreditata riguarda l’alterazione del sistema immunitario dovuta alla Ru 486. Inoltre, tra le almeno quindici donne morte a seguito di un aborto farmacologico ne troviamo alcune decedute per infezione dopo l’uso di entrambi i farmaci, altre dopo averne usato solo il secondo, e l’ultima che aveva preso solamente la Ru 486 (la sigla con cui si indica il primo dei due farmaci) per via orale. D’altra parte, è difficile sostenere che l’aborto farmacologico sia migliore di quello chirurgico: oltre ad avere una mortalità dieci volte maggiore, e un aborto lungo, doloroso e incerto. L’intera procedura dura almeno due settimane, nel migliore dei casi si espelle l’embrione entro il terzo giorno dall’assunzione della Ru 486; vomito, diarrea, nausee e crampi gli effetti collaterali più ricorrenti; gli antidolorifici sono di routine; le perdite di sangue sono in maggiore quantità e durano di più, perchè l’utero si svuota lentamente (quando va bene in quindici giorni) e l’impatto emotivo può essere devastante, considerato che più della metà delle donne vede l’embrione abortito: con l’aborto farmacologico sono le donne infatti a dover controllare le perdite di sangue nell’assorbente, e talvolta, come denunciato ad Avvenire da una signora trentina qualche settimana fa, addirittura invitate a cercare di identificare l’embrione abortito scrutando dentro il water. C’è anche il problema del secondo farmaco, il misoprostol, che la ditta non ha mai registrato come abortivo ma solo come anti-ulcera. Per somministrarlo insieme alla Ru 486 bisogna quindi permetterne l’uso off label, cioè al di fuori dalle prescrizioni autorizzate. Il vero obiettivo dei sostenitori della pillola abortiva non è certo quello di introdurre una migliore pratica per le donne: quella c’è già, ed è l’aborto per «isterosuzione», in pochi minuti, in regime di day hospital, per il quale è sufficiente una blanda sedazione. La Ru 486 serve per introdurre in Italia l’aborto a domicilio: la somministrazione delle pillole in ambulatorio, e tutto il resto a casa. Da sole. Con l’aiuto del foglietto delle istruzioni e del cellulare del medico (che, si sa, e molto meglio di un ricovero…), con l’ospedale attrezzato per le trasfusioni a non più di un’ora di macchina e con qualcuno sempre pronto ad accompagnare, perché in caso di emorragia guidare non è consigliabile, e spesso proprio non è possibile: questo richiedono i protocolli in Francia, dove il 20% delle donne che segue la procedura chimica non si presenta alla visita finale, quella con cui si stabilisce se l’aborto è riuscito o no, sfuggendo quindi a ogni controllo Con l’aborto farmacologico il “ricovero non è necessario”, ha ribadito Donatella Poretti, parlamentare della Rosa nel Pugno. Ma la 194 prevede che si debba abortire nelle strutture ospedaliere, e il Consiglio superiore di Sanità ha confermato che Ru 486 e legge 194 sono compatibili solo se tutto l’iter è svolto “in ambito ospedaliero fino a completamento dell’aborto e delle cure del caso”. Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi. Noi intanto continueremo a vigilare.