Giovanni Nuvoli, cinquantatré anni d’età, ventitré chili di peso, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, ha chiesto dal suo letto nell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari di morire. Lo ha fatto nel settembre scorso con una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano domandando che si rendesse disponibile un medico per staccare la spina di quel macchinario che lo tiene in vita. Il pubblico ministero Paolo Piras rispose che era impossibile autorizzare un medico esterno all’ospedale a entrare ed esaudire la richiesta. La moglie di Nuvoli, Maddalena Soro, reagì male al diniego, disse che sarebbe ricorsa “a un viaggio in Svizzera o in Olanda” per accontentare il marito. Nuvoli ha ripetuto il suo proposito qualche giorno fa, davanti alle telecamere di Porta a Porta, la trasmissione di Bruno Vespa andata in onda ieri sera. Lo ha sempre ribadito in questi mesi la moglie che si autodefinisce sua “addetta stampa” e che ne interpreta i movimenti delle pupille e i battiti di ciglia, unici movimenti che gli sono consentiti dal suo corpo, utili per rispondere a domande dirette e per indicare le lettere di un alfabeto stampato su un cartello di plexiglas. Nuvoli ha, però, anche chiesto di essere curato, ha accettato a più riprese farmaci e attenzioni che ne protrarranno l’esistenza, ha comunicato desideri diversi da quello di morire. Forse tutto l’errore sta nella semplificazione secondo cui Nuvoli sarebbe il “Welby sardo”, facile accostamento mediatico che induce nella tentazione di rendere solare una vicenda, invece, alquanto complessa e fuliginosa. Durante un recente convegno, Agostino Sussarellu, presidente dell’ordine dei medici di Sassari e anestesista nel reparto in cui è ricoverato il malato, ha affermato che “Nuvoli non è Welby, i due casi sono molto diversi”.
Secondo Sussarellu ci troviamo di fronte “a un caso non lineare. Altrimenti non avrebbe un giorno rifiutato la terapia antibiotica, e poi invece accettato una trasfusione di sangue e una terapia salvavita”. Intanto il 12 marzo arriverà un sintetizzatore vocale a comando visivo che è stato acquistato dall’ospedale e con cui l’uomo potrà esprimersi, mandare messaggi e-mail, ricevere telefonate e navigare su Internet. La settimana scorsa Nuvoli ha già fatto delle prove con questo macchinario che riesce a tradurre in suoni i suoi sguardi. Ha salutato la moglie (“Ciao Maddalena”) e ha detto il nome del primario della rianimazione (“Demetrio Vidili”). Secondo la consorte, il sintetizzatore fugherà i troppi dubbi sulla vicenda, finora affidati alle diverse interpretazioni delle persone che hanno interloquito con lui. Domenica 25 febbraio, Mario Melazzini, medico oncologo di Pavia anch’egli affetto da Sla e presidente di Aisla, l’associazione che riunisce la maggior parte di malati di Sla italiani, è andato a trovare Nuvoli. E’ stato con lui un pomeriggio e, da solo, per un quarto d’ora, il tempo necessario per chiedergli se voleva morire spontaneamente (e non ha avuto risposta), mentre ha ricevuto un “sì” alle domande se desiderava accettare le cure e se acconsentiva che tornasse a trovarlo. Le rivelazioni che poi Melazzini ha diffuso attraverso la stampa hanno scatenato un putiferio, persino l’associazione di consumatori Aduc ha diramato un feroce comunicato stampa contro il presidente di Aisla. Ma soprattutto è stata Maddalena Soro a controbattere alle affermazioni di Melazzini con una lettera al leader radicale Marco Pannella. Ha scritto la signora Nuvoli: “Sia Giovanni che io abbiamo sentito il bisogno di dare un senso diverso alla sua morte, cercando di contribuire ad abbattere questo muro insopportabile di ipocrisia e idiozia benpensante che continua a circondare la materia del nostro paese. Abbiamo cioè voluto farne una battaglia politica”.
Prima della firma aggiunge: “Vi chiedo di aiutarmi ad accelerare i tempi”. E i tempi, infatti, si sono accelerati tanto quanto si velocizzeranno le polemiche nei prossimi giorni. Roberto Santi, medico di Sestri Levante, che già s’era detto disponibile ad accontentare le volontà di Piergiorgio Welby, s’è detto pronto a far morire Nuvoli “non appena me lo chiederà”. Ma Santi, medico chirurgo della Asl 4 di Genova, collaboratore dell’associazione Luca Coscioni, autore di libri i cui titoli sono “Camici sporchi” e “Io, il dottor morte”, s’è spinto più in là, accusando gli anestesisti sassaresi di essere dei “nemici, disposti ad allearsi con questa brutta malattia degenerativa per prolungarne ed amplificarne gli effetti e la devastazione”. I medici dell’ospedale, da parte loro, confermano al Foglio l’intenzione a procedere per vie legali contro il collega ligure. Riguardo ai discordanti segnali che ogni giorno Nuvoli manda relativamente alla propria sorte, i dottori segnalano il fatto che “i cambi di opinione del paziente non variano di giorno in giorno, ma di ora in ora”. Santi, che ha trascorso un’ora e un quarto del pomeriggio di sabato con Nuvoli, ha dichiarato essere “chiarissima la sua volontà di morire. E’ impossibile non capire o avere dubbi sulle sue risposte se ci si avvicina al suo capezzale senza pregiudizi”. Ieri, però, Nuvoli ha fatto sapere tramite la moglie che per “ora voglio andare a casa, poi ci penserò”. Ma anche il possibile ritorno tra le mura domestiche sarà problematico. Nei giorni scorsi Maddalena Soro sarebbe addirittura stata sul punto di denunciare il primario Vidili per sequestro di persona (lo aveva già fatto tempo fa, accusandolo di “violenza privata”, imputazione poi subito archiviata dalla procura). Giovedì scorso, a seguito di una lettera controfirmata da un’infermiera, Nuvoli aveva chiesto l’intervento del pubblico ministero Piras il quale era subito accorso in ospedale per sincerarsi delle sue volontà.
Solo dopo avergli spiegato che un trasferimento a casa sarebbe stato impossibile e pericoloso, il paziente avrebbe fatto intendere di voler rimanere in ospedale. Il ritorno, a cui l’amministrazione ospedaliera stava già pensando, è difficile da organizzare. Non è solo un problema tempistico. Ufficiosamente, gli addetti dell’Adi (assistenza domiciliare integrata) fanno sapere al Foglio di stare preparando una lettera in cui spiegheranno di essere dubbiosi sulla possibilità di poter prestare assistenza domiciliare a Nuvoli. Il motivo, dice un medico dell’ospedale di Sassari al Foglio, è che “nessuno mai accetterà di entrare in una casa dove si recherà anche Santi. Sappiamo cosa andrà lì a fare”. Ma c’è anche una vicenda pregressa di cattivi rapporti tra la famiglia e gli addetti ospedalieri. Nuvoli avvertì i primi sintomi del male nel 1998 e, nei primi mesi del 2003, a causa del peggioramento delle condizioni, acconsentì ad essere tracheotomizzato. Dopo le cure necessarie, il malato fu riportato nel suo appartamento, ma, circa un anno fa, fu di nuovo ricoverato nel reparto di rianimazione. Perché fu riportato in ospedale? La signora Soro ha più volte raccontato che erano nate delle “incomprensioni” con gli infermieri, i quali erano, a suo dire, impreparati sia a curare sia a intendere le volontà del marito. Due settimane fa, il settimanale Tempi ha pubblicato due lettere riservate risalenti al periodo di interruzione del rapporto: una degli infermieri dell’Adi, un’altra degli addetti del comune di Alghero.
Entrambe danno un’altra versione dei fatti. A quanto si legge nelle missive, gli infermieri avrebbero rifiutato di recarsi a casa di Nuvoli a causa di “notevoli difficoltà operative”. Nella lettera che i responsabili dei servizi sociali indirizzano all’Asl si legge che “al momento non sussistono le condizioni per riattivare il servizio” e che “qualora il signor G. N. facesse rientro a casa, questo Servizio per cause ad esso non imputabili non potrà dare alcun contributo e si sentirà esentato da qualsiasi responsabilità”. Nell’altra missiva, quella degli infermieri dell’Adi, si spiega che “non si è mai vista la volontà della moglie del paziente di collaborare fattivamente al servizio”. Si parla di pratiche infermieristiche “giornalmente motivo di discussione”, di esplicite richieste di “svolgere mansioni domestiche quali la pulizia e l’igiene del bagno”, di “portare via la spazzatura, di sciacquare i bicchieri e i pentolini”, di aver subito “violenze psicologiche, insulti, vessazioni, parolacce, bestemmie, minacce, strattonamenti, provocazioni e continue allusioni”, addirittura di non essere potuti entrare in casa perché “la signora si rifiutava di far entrare delle infermiere sostenendo che avessero la gonna troppo corta e il seno esageratamente prosperoso”. Concludeva un anno fa la lettera: “Fin da oggi non si recheranno più presso il domicilio del paziente”.