Grazie a questo riallineamento culturale nessuno ha sgranato gli occhi né ha fatto un commento appena scomposto di fronte all’ultima uscita pubblica di Mark Rutte, capogruppo parlamentare del Vvd, il partito liberale olandese. A Rutte è venuto un dubbio grave, un dubbio etico: è giusto promuovere le cure palliative, ma il risultato non sarà una diminuzione dell’eutanasia? Non accadrà che di fronte a un eccesso di offerta terapeutica, l’eutanasia si trasformi in un’opzione non competitiva? Se il ricorso alla “dolce morte”, che è già percentualmente limitato, crollasse, vorrebbe dire che non c’è più libera scelta. In una società autenticamente liberale, l’eutanasia deve rimanere un’alternativa praticabile e opportunamente bilanciata. Altrimenti ci sarebbe una sorta di alterazione del libero mercato, una concorrenza truccata tra le varie offerte di fine vita. Ma Rutte non si è fermato qui. La sua riflessione lo ha condotto, per analogia, a denunciare un rischio simile anche per l’aborto. La possibilità di dare i bambini in adozione, che il governo olandese vorrebbe incoraggiare, non finirà per ripercuotersi sul ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza? Aborto ed eutanasia non devono diminuire, sarebbe una sconfitta per una nazione civile: che fine farebbe la libera scelta? Nel paese del protocollo di Groningen, dove i neonati disabili possono essere eliminati, il rispetto rigoroso della libertà del singolo ha però strani esiti.
Già in un articolo pubblicato nel ’93 sulla rivista Bioetica, l’esperto olandese Harry Kuitert ha precisato che si può parlare correttamente di eutanasia solo se un medico “pone fine alla vita di un malato terminale dietro sua richiesta”. Ma nello stesso testo si ammette come, in un anno, ben mille pazienti su duemilatrecento siano stati addormentati definitivamente senza aver espresso alcun consenso. Lo studioso spiega che si tratta di “normale pratica professionale”, ma è evidente il paradosso di una pratica fondata sulla libera scelta che viene applicata a chi non ha scelta. I paradossi italiani sono meno clamorosi, per adesso si limitano a qualche piccola insensatezza che i giornalisti non sottolineano. Come le preoccupazioni sulla possibilità che il malato che vuole l’eutanasia possa morire prima del fatidico momento, quello liberamente scelto. Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa i radicali lanciavano un allarme: perché un medico potesse dare corso alla richiesta di sedazione terminale bisognava far uscire Giovanni Nuvoli dall’ospedale di Sassari in cui è ancora oggi ricoverato e portarlo a casa, ma c’era il rischio che morisse durante il trasporto. Qualche lettore italiano, perplesso, si sarà chiesto dov’è la differenza; il liberale Rutte avrebbe potuto illuminarlo.