Parla il giurista cattolico Alpa: «Voto sì contro una brutta legge»

Lucia Pozzi
Alpa: «la Chiesa? Spero che gli elettori si affidino alla propria ragione». Da Il Messaggero

ROMA – «Quattro sì, ecco quel che farò. Perchè è una legge inaccettabile. Qualunque sarà il risultato delle urne, comunque, andrà riscritta». Se vinceranno i “no” o non si raggiungerà il quorum, però, sarà difficile che il parlamento rimetta mano alla legge. «Inannzitutto è sperabile che la gente vada a mettere la propria croce sul “no” piuttosto che astenersi dal partecipare a una consultazione popolare che tocca un tema così importante e delicato: é una scelta, quella sulle regole della fecondazione assistita, che sarebbe bene, oltre che giusto, che fosse partecipata dal maggior numero possibile di cittadini. In ogni caso, la n. 40/2004 è una legge discutibile, sia giuridicamente che dal punto di vista della morale. E come se non bastasse, è scritta in modo inappropriato».

Guido Alpa, illustre civilista, professore alla Sapienza, è uno degli autori del libro “La fecondazione assistita, riflessioni di otto grandi giuristi”, voluto dalla Fondazione Veronesi per fare chiarezza sul tema in vista del referendum del 12-13 giugno.

E’ cattolico, professore?
«Mi definirei un ansioso della ricerca».

Crede che la Chiesa sia troppo ingerente in questo dibattito?
«Mi appassiona il discorso teologico. E, si sa, la religione cattolica fa intimamente parte della cultura e della storia del nostro Paese. Ma quando dovremo esprimere individualmente la nostra preferenza su questa brutta legge che il parlamento è stato in grado di concepire, spero che gli italiani si affidino alla propria coscienza e alla ragione e facciano capire al legislatore, optando per il “sì”, che di norme così l’Italia non ha davvero bisogno».

Che cosa non funziona, in particolare?
«Tutto l’impianto della legge fa acqua. Anche dal punto di vista terminologico è contraddittoria, forse perchè è stata scritta in modo affrettato. Ma è possibile che il Capo III sia dedicato alla “tutela del nascituro” e la sua prima disposizione riguardi lo “stato giuridico del nato”? E’ solo un esempio, naturalmente, ma indicativo del livello, non crede?».

D’accordo, ma non è certo un caso isolato in una produzione normativa vasta e spesso ridondante come quella italiana.
«E’ vero, ma qui i problemi vanno ben oltre. Non si dà una definizione di embrione, così bisogna riferirsi alla scienza e si lascia l’interprete della legge nell’incertezza. Poi si anticipano i diritti delle persone nate al momento del concepimento, con uno stravolgimento ingiustificato e inaccettabile della nostra tradizione giuridica. Né si tutela a sufficienza la donna, come se l’embrione potesse vivere di vita propria: non è ammissibile il divieto di revocare il consenso. E ancora, si apre la porta solo alla fecondazione omologa, così che le coppie sterili non potranno beneficiare della legge. E prevedendo la produzione di non più di tre embrioni per volta senza la possibilità di una selezione in caso di malattia, per esempio, si condanna la donna, o meglio la coppia, a una scelta drammatica tra l’aborto e la nascita di un feto con gravi scompensi fisici. E’ una legge retrograda e inadeguata».

A quale modello si ispirebbe?
«A quello inglese, che consente l’uso delle staminali a scopo di ricerca oltre che per la procreazione e fino al dodicesimo giorno lascia libero campo a interventi sulle cellule senza che si pregiudichino diritti. Così, in caso di malattia, si può evitare il dramma di un figlio malformato anzichè scaricarlo sulle spalle delle famiglie».