LA FIGLIA FRANCESCA – «A volte tutto sembra un gioco tanto crudele». Che cosa, la vita? «La vita, la morte. Il destino sa essere terribile. Ieri (martedì, ndr.) papà cantava mentre scendevamo dalla montagna. E ripeteva come un motto: “La Cina è più vicina”. Era felice. Se n’ è andato proprio quando si era riaperta una breccia di speranza. Per questo il dolore è ancora più forte. O forse…» Forse? «Forse ha voluto scegliere di morire nel momento in cui era più felice. Chissà». Ci credeva Francesca Fogar, la figlia di Ambrogio, in quel viaggio in Cina, a Pechino, nella clinica del neurochirurgo Hongyun Huang, per un intervento con le cellule embrionali: un esperimento per combattere la malattia, l’ immobilità del padre. E ci credeva («moltissimo») anche l’ ex navigatore, l’ uomo che girava il mondo in barca a vela. Per suo padre quello a Pechino era il viaggio della speranza. «L’ ultimo viaggio del sogno. Da tempo aveva perso ogni speranza. Finché all’ improvviso…». Finché ha scoperto un medico cinese che coltiva cellule embrionali e le trapianta. «Sì. Nell’ aprile scorso siamo venuti a sapere di questa possibilità. Per puro caso, con un passaparola tra medici. Per mesi abbiamo avuto contatti telefonici e via mail con il dottor Hongyun. Gli abbiamo inviato tutte le cartelle cliniche». Poi lei è andata in Cina. Ed ha incontrato il neurochirurgo. «Dal 6 al 13 agosto sono rimasta da lui. Non lo avevo mai visto e volevo conoscerlo di persona». Che impressione le ha fatto? «Ottima. Da lui arrivano malati da tutto il modo. E, nonostante la sua agenda fosse piena, sono riuscita a convincerlo, scavalcando una coda lunghissima. Il dottor Hongyun, tra l’ esasperato e l’ impietosito, aveva fissato una data per l’ operazione». Quando? «La prima settimana di ottobre è festa in Cina. Così il ricovero era fissato per il 7. Dopo una settimana di esami, per accertare che il midollo spinale non si fosse atrofizzato, lo avrebbe operato se tutto fosse risultato a posto. Il 14 ottobre». Come ha accolto suo padre la notizia del via libera all’ intervento? «Sono rientrata in Italia il 13 agosto. Era il giorno del compleanno di papà: ha vissuto la notizia come un regalo. Un bellissimo, stupendo regalo». Era dunque fiducioso? «Fiducioso e felice. Aveva una nuova speranza». Eppure non tutti approvano le tecniche sulle cellule del dottor Hongyun. «I pazienti che non hanno avuto risultati parlano male di lui; quelli che hanno avuto benefici, lo adorano. In ospedale ho sentito solo giudizi entusiastici. La medicina tradizionale poi non vede di buon occhio chi fa simili sperimentazioni: è una tecnica nuova e ancora non si conoscono gli effetti collaterali». Suo padre si era schierato a favore del “sì” per il referendum sulla procreazione assistita e sulla ricerca delle cellule embrionali. «Quel “sì” rappresentava la speranza per tante persone costrette, come mio padre, a un turismo medico che è abominevole. Lui si era battuto per un uso terapeutico delle cellule embrionali che da noi, forse, sarà accettato tra vent’ anni». Era la sua nuova sfida. «Non posso dare giudizi medici: non ho competenze. Ma dal punto di vista umano… E’ il sogno per chi soffre come ha sofferto mio padre. Per chi non ha niente da perdere, chi preferisce sapere al non sapere, chi preferisce esserci al non esserci. Chi non si tira indietro per nulla al mondo». Quello che ha sempre fatto Ambrogio Fogar. «E’ la sintesi dei due insegnamenti che ci ha lasciato. Il primo: la vita appartiene solo alla vita. Non si può pensare di mollare». E il secondo? «Non smettere mai di sognare e di sperare. Anche se poi il destino sa essere crudele. E ti travolge, proprio quando sei più felice».
«Papà era felice, l’ operazione si avvicinava»
Davide Gorni
Doveva partire per la Cina. «Il medico delle staminali aveva fissato l’ intervento il 14 ottobre». Dal