Il 12 giugno andrò a votare. E scriverò quattro sì. Non mi sentirò meno cristiana per quei segni sulla scheda. Non smetterò di essere – neppure per un attimo – una madre adottiva e serena, personalmente ed eticamente distante e avversa all’idea della famiglia artificiale, figlia di un laboratorio e non invece di una scelta di accoglienza di chi è già nato in condizioni infelici. Continuerò a considerare con preoccupazione i rischi e le profonde alterazioni sociali che potrebbe produrre il diffondersi della fecondazione eterologa, peraltro spesso nascosta ai nascituri e alle proprie famiglie d’origine, in una società ancora così tanto legata al valore dell’eredità biologica dei padri e delle madri naturali. Trovo assurdo, tuttavia, pensare che vivremmo in uno Stato migliore, più cristiano, se chiudessimo gli occhi davanti a coloro che scelgono di andare all’estero per avere un figlio a tutti i costi o a chi intende curarsi con le cellule staminali.
Quattro sì, dunque, molto difficili da scrivere. Li scriverò in nome della fiducia, assoluta e totale, che ho nelle coscienze delle donne che si sottopongono a durissime cure ormonali pur di avere un figlio.
Li scriverò confidando che biologi e medici non tradiscano l’immensa responsabilità che le scoperte della scienza affidano loro. Li scriverò sperando che di tutto quello che si è detto in questi giorni si raccolga il risultato più evidente: le coppie italiane sono sole, spesso indifese e disinformate, davanti a scelte cruciali e decisive come l’inseminazione, l’adozione, l’affido. Ho seguito con attenzione il dibattito, molto alto e molto allargato, cui siamo stato chiamati in queste settimane: è stato terribile ascoltare, da parte di alcuni, il racconto delle presunte atrocità commesse in questi anni passati. Dov’erano, questi signori e queste signore? Perché non hanno parlato con i giornali e con le televisioni, come fanno in queste ore? La mia prima inchiesta sulla fecondazione assistita, è da allora che ho dubbi atroci sull’intera materia, risale a 27 anni fa (correva l’anno 1978, lavoravo a Radio2, alla trasmissione “Sala F”: intervistammo il pioniere assoluto, che operava a Palermo). Da allora, e fino a poco tempo fa, il valore di quelle pratiche veniva esaltato da una parte della Chiesa, da alcuni sacerdoti, e venivano utilizzate alla luce del sole anche da talune signore della politica che oggi le condannano e vorrebbero vietarle. La provetta diventava progressivamente il simbolo di un «ritorno a casa al femminile», veniva agitata come in una sorta di processione, i suoi maghi-ginecologi venivano celebrati da riviste e cliniche cattoliche in chiave anti-abortista (erano gli anni in cui si tentava di legalizzarlo e di strappare le donne alle mammane che agivano in clandestinità, con strumenti medievali: prezzemolo, ferri da calza, acqua saponata).
Avevo dubbi allora, continuo ad averli oggi: sui donatori, sulle identità di uomini e donne che cedono il loro dna e i loro geni a sconosciuti, sui possibili rifiuti dei padri non biologici, sul destino di migliaia di embrioni (mi auguro che sarà possibile adottarli). Dubbi inevitabili. Anche dopo il 13 giugno, qualunque sia l’esito del piccolo voto italiano, le nostre coscienze saranno continuamente interrogate dalla globalizzazione delle scienze, dalle ipotesi sulla clonazione, dalla genetica e dalle ricerche sulle cellule staminali. Chi dice no oggi in Italia, magari domani andrà all’estero a cercare le cure vietate qui: è successo in passato, succederà ancora. E chi potrà scomunicarli? Chi condannerà le coppie che, fino a prima della legge 40, hanno procreato con l’aiuto della chimica, in piena legalità? Le autorità religiose debbono accompagnarci, mentre ci confrontiamo con la vita e la morte, evitando di entrare nelle legislazioni dei singoli stati (a proposito. Che fine avrebbero fatto le radici cristiane dell’Europa, dopo le bocciature francesi e olandesi? Meglio tener distinti i due campi). Laici e cattolici, siamo uniti dal sapere che la nascita è un mistero. Per chi ha fede in Dio, è Il Mistero. È un mistero quando Sara, «con i capelli grigi», e senza più «quelle cose che capitano alle donne», come chiarisce senza equivoci la Genesi, moglie di un Abramo centenario, dà alla luce Isacco. È ancora un mistero quando da Elisabetta – sterile – e dal vecchio Zaccaria, nasce quel Giovanni Battista che è un po’ il fratello grande di Cristo. È un mistero, estraneo alla tradizione biblico-giudaica, il concepimento di Maria vergine per opera dello Spirito Santo. Plutarco, storico ellenistico del primo secolo d.C., ( ne «La vita di Numa») fa risalire «l’ombra dello spirito che avvolge Maria» ad una tradizione egiziana, secondo la quale era possibile che un dio fecondasse una donna qualunque, ma mai il contrario, che una dea fecondasse un maschio qualsiasi.
Papa Benedetto, chiamato forse ad un pronunciamento preciso – qualcuno lo aveva invocato, svilendo il ruolo universale del santo Padre in una campagna politica – ha pronunciato parole pienamente condivisibili: «I vescovi illuminino le coscienze dei cristiani». Abbiamo bisogno di luce, di informazioni, di conforto. I divieti e le imposizioni non aiutano a scegliere, non fanno crescere una morale collettiva. I cristiani non hanno bisogno di leggi statali-fotocopia, la loro norma è già scritta nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Dove si può leggere una frase fondante, valida per tutti, anche per chi è o sarà figlio di una provetta: «Non da sangue, né da carne, ma da Dio siamo nati». Un limite da accettare con umiltà.
Palombelli: «Voterò quattro sì, senza sentirmi meno cristiana»
«Divieti e imposizioni non aiutano a scegliere. Assurdo chiudere gli occhi davanti a chi andrà comunque all’estero». Dal Corriere della sera.