Oltre l’embrione le domande di domani

Con la questione delle cellule staminali la ricerca scientifica è entrata nelle nostre vite come mai in passato: ci ha investito coi suoi dubbi e le sue speranze, ci obbliga a dare giudizi su una materia molto complessa. Ma la ricerca corre veloce: quesiti che oggi ci dilaniano e che – in questa infuocata vigilia referendaria – suscitano conflitti filosofici e religiosi, tra qualche anno perderanno probabilmente la loro ragion d’essere. Alcuni scienziati di Worcester, Massachusetts, sostengono di aver ottenuto cellule staminali embrionali animali «coltivando» in laboratorio un blastomero, cioè una cellula prelevata da un embrione allo stato iniziale, che viene messo a contatto con altre staminali embrionali già sviluppate. A Harvard, sempre in Massachusetts, un altro team sta tentando un approccio chimico per giungere allo stesso risultato: produrre cellule staminali embrionali senza distruggere l’embrione. La strada scelta è quella di fondere staminali embrionali e cellule adulte, stimolando un meccanismo capace di «riprogrammare» i geni di queste ultime, dando loro le caratteristiche – e la flessibilità – delle staminali embrionali: cellule «vergini» capaci di trasformarsi in qualunque altro tessuto, con le quali domani speriamo di rigenerare un cuore colpito da infarto o di riparare i danni cerebrali prodotti da un ictus o da un morbo. Esperimenti analoghi vengono condotti anche in Australia, mentre anche il professor Verlinsky di Chicago (citato ieri da Giuseppe Remuzzi nel suo articolo per il Corriere ) afferma di aver sviluppato una tecnica che consente di produrre staminali embrionali senza distruggere l’embrione: le nuove cellule sarebbero il frutto della fusione tra una cellula adulta e una staminale embrionale che viene privata del suo Dna e del suo nucleo.

Tutti tentativi allo stadio iniziale, non ancora supportati da alcuna pubblicazione scientifica: la strada della ricerca di terapie per malattie oggi incurabili rimane lunga, tanto più che le staminali embrionali offrono enormi possibilità, ma sono anche molto difficili da maneggiare e vengono studiate da pochi anni. Anche una affidabile produzione di cellule staminali senza distruggere gli embrioni richiederà anni. Ma perché radicalizzare la questione della «distruzione della vita», quando la scienza sta attivamente cercando di risolverla? I ricercatori cattolici confrontano i risultati – limitati ma comunque positivi – ottenuti utilizzando staminali adulte con quelli ancora solo potenziali delle cellule embrionali per sostenere che è meglio concentrarsi sulla prima strada. E c’è addirittura chi, in America, tenta l’ escamotage di prelevare le staminali embrionali da un embrione ancora integro ma geneticamente destinato a sviluppare il teratoma, un tumore che ne interromperà la vita in modo «naturale».

Gli altri chiedono invece piena libertà di ricerca utilizzando gli embrioni in soprannumero già esistenti e che spesso vengono comunque distrutti. Ma nemmeno loro pensano di creare «fabbriche» di embrioni per impiego scientifico o terapeutico: l’obiettivo di produrre cellule embrionali senza distruggere l’embrione è comune a tutti. Per arrivare a questo risultato serviranno, però, molta ricerca e molta sperimentazione. Condotte in modo responsabile ma senza veti.

A quel punto il problema di fondo non sarà più l’uso dell’embrione, ma la risposta a domande che magari non susciteranno divieti religiosi, ma hanno implicazioni etiche ancor più complesse e inquietanti. Non tanto la clonazione umana, comunque fuorilegge, quanto la possibilità di produrre in laboratorio un numero praticamente illimitato di organi «di ricambio» da trapiantare. Oggi servono solo per sostituire organi malati, domani verranno usati massicciamente anche per ringiovanire l’organismo e allungare la vita. Ci daremo dei limiti o berremo questo elisir fino in fondo? La «cultura della vita» ci spingerà a sfruttare queste nuove possibilità o si ritirerà spaventata? Vivremo di più e meglio, certo.
Ma sarà anche un mondo nel quale i genitori potranno diventare biologicamente più giovani dei loro figli che rifiuteranno le manipolazioni genetiche.