I ricorsi si susseguono dal 10 marzo 2004, data di entrata in vigore della controversa legge 40 sulla fecondazione assistita. Ricorsi ai tribunali, ai Tar, alla Corte costituzionale, a quella europea. I successi non sono mancati e stanno lentamente sgretolando l’impianto di una legge odiata e attaccata da coppie e associazioni. Se non altro da quel 15 per cento di coppie che ogni anno non riesce a concepire un figlio.
Ma i divieti rimangono, e sono tanti. Divieto di eterologa. Di produrre più di tre embrioni. Di accesso alle coppie dello stesso sesso o single. Di utilizzo per la ricerca di embrioni che non siano idonei alla gravidanza.
Di accesso alle tecniche di procreazione assistita per le coppie fertili che chiedono la diagnosi preimpianto per non trasmettere al nascituro gravi malattie.
A fare il punto l’avvocato Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e docente di legislazione nelle biotecnologie in campo umano presso l’Università di Teramo. In questi anni la Gallo si è proposta come una delle anime del dibattito sul referendum e ha conseguito gran parte delle sentenze di condanna della legge 40, contribuendo a smantellarla.
Ma cosa hanno ottenuto i pellegrinaggi delle coppie nei tribunali, ormai passaggio obbligato per molte persone infertili?
“Nel 2009”. spiega l’avvocato Gallo, “la Corte Costituzionale ha cancellato il limite per cui si potevano produrre solo tre embrioni e ha soppresso l’obbligo di impianto contemporaneo di tutti e tre”. Un obbligo che aveva addirittura triplicato i casi di parti gemellari e trigemini in Italia. Con più rischi sia per la madre che per i bambini. “Cancellando il divieto di produrre più di tre embrioni, oggi è possibile produrre il numero necessario a garantire la possibilità di avere una gravidanza. Non solo”, aggiunge l’avvocato, “per tutelare la salute di donna e bambino, si può trasferire in utero il numero di embrioni che si ritiene idoneo per quella coppia e crioconservare gli altri, da utilizzare in cicli successivi”.
Si apre così una deroga al divieto di congelamento di embrioni imposto nel 2004. A farlo è la sentenza della corte costituzionale 151/09, che ha fatto storia e sta cambiando la procreazione medicalmente assistita pma). Lo dimostra una ricerca effettuata dalla Società italiana di fertilità e sterilità (sifes.it) prendendo in esame quasi settemila cicli di fecondazione assistita.
La possibilità di produrre e trasferire più embrioni e preferire quelli più idonei all’impianto ha significato la nascita di 700 bambini in più all’anno.
E ancora: è dello scorso ottobre l’istanza alla Corte europea per i diritti dell’uomo per intervenire a sostegno di una coppia italiana portatrice di fibrosi cistica. La coppia è fertile, il che significa che, secondo la legge 40, non può accedere alle tecniche di fecondazione assistita. Eppure l’unica strada per avere la certezza di un figlio sano è poter fare la diagnosi preimpianto, un’analisi sull’embrione per valutare se ha ereditato la malattia dai genitori prima di inserirlo in utero.
I precedenti ci sono. Filomena Gallo ha seguito e vinto il ricorso di una coppia portatrice di una grave malattia ereditarla, l’atrofia muscolare spinale di tipo 1. “L’accesso alle tecniche di fecondazione assistita era l’unica loro speranza di avere un figlio che vivesse. Nel gennaio 2010 il Tribunale di Salerno ha riconosciuto, per la prima volta in Italia, la possibilità di ricorrere alla pma con diagnosi genetica preimpianto, ordinando al medico di trasferire solo gli embrioni sani”.
La sentenza apre una strada, ma non consente automaticamente a ogni coppia portatrice di malattie genetiche di accedere alle tecniche di fecondazione assistita.
I centri autorizzati a fare la pma in Italia sono 350, di cui 130 pubblici. E la legge non è applicata in tutti allo stesso modo. “Mi giungono richieste sulle tecniche vietate che determinano nuovi casi giuridici, ma anche sugli ostacoli determinati dal federalismo sanitario. Nelle strutture pubbliche di alcune regioni è stato imposto il limite dei tre cicli rimborsabili e quello di 41 anni per l’accesso delle donne alle tecniche di fecondazione assistita. Un limite illegittimo, visto che la legge parla di età potenzialmente fertile”.
E ancora:
“Le strutture pubbliche non effettuano indagini sull’embrione, in alcuni casi non hanno recepito l’eliminazione del limite dei tre embrioni e non li congelano per cicli successivi, violando così norme e sentenze”. Ai divieti che ancora rimangono da smantellare, dunque, bisogna aggiungere la necessità di difendere le modifiche già conquistate.
E a volte l’esito di una battaglia data per vinta si ribalta. Com’è successo in questi giorni sull’eterologa. Lo scorso 3 novembre la Grande Camera della Corte europea sui diritti umani di Strasburgo ha deciso che si può impedire per legge alle coppie con sterilità femminile di ricorrere alla fecondazione eterologa.
Non violerebbe i diritti dell’uomo, e nemmeno l’articolo sul rispetto della vita familiare. La sentenza riguarda due coppie austriache che si erano rivolte alla corte nel 2000 sostenendo che la legge austriaca sulla fecondazione in vitro ledeva il loro diritto a formare una famiglia e le discriminava. Per loro, infatti, ricorrere a donazione di ovuli esterni alla coppia era l’unica chance di avere un figlio, ma la legge austriaca consente solo l’eterologa con donazione di gamete maschile.
All’inizio Strasburgo ha dato loro ragione, condannando l’Austria a cambiare legge, un passo che aveva fatto sperare si potesse aprire uno spiraglio anche da noi. Adesso il ribaltone. Lo Stato austriaco, supportato da Italia e Germania, ha chiesto una revisione del caso alla Grande camera, ultimo grado cui appellarsi, e ha vinto.
Il tema sarebbe così delicato da indurre Strasburgo a lasciare carta bianca ai singoli governi.
“La Corte costituzionale europea favorisce il turismo procreativo”, commenta la Gallo. Sarebbero quasi tremila le coppie italiane costrette a fare le valige per cercare un figlio all’estero, secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio italiano sul fenomeno. Con tutti i rischi che questo comporta.
“In Italia”, conclude l’avvocato, “siamo in attesa dell’udienza sull’illegittimità costituzionale del divieto di eterologa, che contrasta con diritti costituzionali rilevanti, come il principio di uguaglianza e il diritto a una famiglia e alla salute”.
Nell’attesa si alimenta quel commercio di gameti, ai margini della legalità, denunciato dall’inchiesta delle pagine precedenti. Commercio che prima della legge 40 non esisteva.
© 2011 Associazione Luca Coscioni. Tutti i diritti riservati