In epoca di sacrosanti e inviolabili diritti (alla felicità, alla salute, alla sessualità, alla privacy, alla soddisfazione, alla ricchezza, alla perfezione, alla libera scelta), c’è un diritto di cui poco si parla e che poco si tollera. Il diritto all’obiezione di coscienza, che presuppone il conflitto tra il dovere di comportarsi secondo la legge e gli obblighi della coscienza, tra norma giuridica e norma morale. Il congresso internazionale su “La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita”, organizzato la scorsa settimana a Roma dalla Pontificia Accademia per la Vita (durante il quale Papa Benedetto XVI ha pronunciato il suo discorso contro la ricerca del figlio perfetto), ha affrontato la tematica nelle sue molte angolazioni teoriche e, soprattutto, pratiche. Il tema dell’obiezione di coscienza, emerso più di un secolo fa con il rifiuto di portare le armi (e in senso più lato già presente dai tempi di Antigone o del Libro dei Maccabei), ha recentemente visto grandi mutamenti. Innanzitutto sono cresciuti gli ambiti di applicazione. Dopo il rifiuto pacifista, sono arrivati l’aborto e la sterilizzazione, e quindi l’eutanasia, la fecondazione assistita, la pillola del giorno dopo, la Ru486, l’uso di embrioni a fui di ricerca. Come ha sottolineato il professor Luke Gormally, tutto questo è reso ancor più complicato dal fatto che oggi il lavoro sulla salute si svolge attraverso ampie collaborazioni tra operatori. E oltre all’ambito e alle modalità di lavoro, sono aumentate le categorie professionali coinvolte, aspetto analizzato in particolare da Alicia Grzeskowiak, professoressa dell’Università Cattolica di Lublino. Medici, infermieri, operatori di laboratorio, direttori di ospedali e di centri di ricerca, personale amministrativo, ingegneri genetici, biotecnici, farmacisti, politici, insegnanti e professori, giudici e avvocati (il problema sorge per quelli d’ufficio; una legge francese del 1990 prevede la possibilità di rifiutare casi che contrastino con la loro coscienza).
Confusione tra piano giuridico e piano morale
Il tasto sembra particolarmente dolente per giudici e farmacisti. Riguardo ai primi, in genere non è prevista la possibilità di obiezione (molti ritengono, confondendo piano giuridico e piano morale, che il giudice possa comunque rivolgersi alle corti costituzionali). Anche ai farmacisti di solito è negato il diritto all’obiezione di coscienza, problema emerso con particolare clamore riguardo alla vendita della cosiddetta pillola del giorno dopo. Quanti negano al farmacista il diritto di obiezione si basano principalmente su due punti: non si rende necessaria una norma ad hoc, giacché la categoria può genericamente invocare, al pari di qualsiasi altro cittadino, la libertà di coscienza; ma soprattutto, nella misura in cui il prodotto è legalmente in commercio – e, a maggior ragione, se vi è una prescrizione medica – il problema semplicemente non sussiste (secondo la Corte europea di Strasburgo, rifiutando la vendita il farmacista impone all’acquirente il proprio credo). In Italia i farmacisti si sono richiamati all’art. 9 della 194 che, in caso di aborto, prevede l’obiezione per gli operatori sanitari. In Belgio è invece addirittura obbligatorio distribuire gratuitamente la pillola del giorno dopo ai minorenni. Non è mancata una proposta salomonica: affidiamo le pillole ai distributori automatici che, non obiettando, rispetteranno il diritto del paziente. Alcuni paesi avrebbero trovato una via d’uscita. La legge dà al medico o all’ infermiere la possibilità di rifiutare l’intervento o la vendita, ma impone loro un obbligo d’informazione: debbono indicare al paziente a chi rivolgersi (così, ad esempio, prevedono la legge inglese e quella canadese). Come ha sottolineato il professor Carl Anderson, tali disposizioni pongono i soggetti obiettanti nella “awkward position” di essere, se non attori, almeno complici di quanto disapprovano.
Questo esempio conduce all’altro grande tema emerso al convegno, e cioè la difficoltà di esercitare concretamente il diritto all’obiezione di coscienza, sebbene sia previsto in molti trattati internazionali come diritto fondamentale. Il punto non riguarda soltanto l’esercizio del diritto, ma anche le conseguenze economiche, sociali e professionali per quanti lo esercitino. Come lucidamente spiega Jean Laffitte (intervistato anche dal Foglio del 22 febbraio), le società tolleranti non tollerano l’obiezione di coscienza perché questa “sfugge al loro controllo”. In Spagna, per esempio, la professoressa Monica Lopez Barahona ha raccontato di aver dovuto creare un’associazione per la difesa e il rispetto dell’obiezione di coscienza. E se la Costituzione portoghese prevede tale diritto (specificando pero che va esercitato alle condizioni indicate dalla legge), l’Olanda ha scelto nel 1983 di prevedere tale diritto nella Costituzione: l’ordinamento non poteva autorizzare gli scrupoli di coscienza di ogni cittadino, pena l’anarchia (chi ne senta il bisogno, si rivolga alla costituzionale libertà di coscienza annoverata tra i diritti umani). Del resto nemmeno nella Convenzione europea sui diritti dell’uomo e la biomedicina dell’aprile 1997, è stata inserita alcuna previsione in materia, giacché il diritto era già presente in altre convenzioni. In Francia (è ancora Laffitte), nella pratica, il diritto all’obiezione non è parificabile a tanti altri, per esempio a quello di aborto. Basti pensare che dal 1993 è stato configurato il reato di ostruzione all’interruzione volontaria di gravidanza, con una pena dai due ai tre anni di prigione. In molte leggi pro choice la previsione dell’obiezione è stata aggiunta in un secondo momento: così in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, nella legge polacca del 1956 rivista nel 1970; i medici che rifiutavano di praticare l’aborto nei paesi comunisti degli anni Cinquanta, nel migliore dei casi venivano licenziati. Insomma, la nostra legge 194 è stata decisamente un’eccezione. E la professoressa Grzeskowiak ricorda come in realtà esista una normativa completa e globale sull’obiezione di coscienza, che disciplina il diritto di dottori, ricercatori, tecnici, studenti universitari eccetera.
E’ la legge italiana 413/1993, che regola l’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale. C’è poi l’attualissimo tema del ruolo del politico cattolico, analizzato in particolare da Robert P George, docente alla facoltà di giurisprudenza di Princeton, in riferimento agli Stati Uniti, ma di portata chiaramente universale. I politici cattolici americani affermano di essere “personalmente contrari” a determinate pratiche (come l’aborto o la ricerca sugli embrioni), ma intendono rispettare il diritto degli altri a essere di diverso avviso. A essere particolarmente citato, e bersagliato, è Mario Cuomo. A suo avviso coloro che svolgono pubblici uffici hanno la responsabilità di creare le condizioni in base alle quali tutti i cittadini siano liberi di agire secondo il loro credo; i cattolici devono sostenere temi contrari alla loro coscienza perché, nel riconoscere ad altri la possibilità di avvalersi ditali pratiche, garantiscono e difendono il proprio diritto a rifiutarle. Il punto, chiarissimo, è che i principi pro life non sono questione di dogma. Se le indicazioni della Chiesa in questi ambiti fossero soltanto strettamente di fede (del tipo: Gesù è figlio di Dio), allora certamente non si potrebbero imporre a tutti. Ma nella misura in cui si parla di fondamentali norme di giustizia, di diritti umani da applicarsi comunque e dovunque, le cose non stanno così. E c’è chi ricorda le parole di Tommaso Moro: quando gli uomini di Stato abbandonano la loro coscienza in nome dei doveri pubblici conducono il loro paese sulla via del caos.
Le parole di Barragan
I due giorni di lavori hanno visto il dipanarsi di un cruciale filo di Arianna: dimostrare che il discorso non è di natura teologica o religiosa, ma al contrario di natura scientifica e sociale. L’obiezione di coscienza ha fondamentalmente a oggetto questioni cruciali riguardanti la vita, un diritto che ciascuno detiene. E se in teoria su questo tutti concordano, all’atto pratico è evidente come vite troppo piccole, troppo malate o venute fuori troppo tarate siano titolari di un diritto “assopito” (senza principe azzurro che le risvegli), un diritto condizionato. George si chiede come sia possibile accettare questa distorsione alla luce della posizione politica e filosofica secondo cui tutti gli esseri umani hanno la stessa dignità, il medesimo diritto alla vita. All’apertura del congresso, venerdì scorso, il cardinale Javier Lozano Barragàn, presidente del pontificio consiglio della Pastorale per la salute, aveva sottolineato che la coscienza è davvero capace di decidere e orientare soltanto quando è “illuminata dalla verità”. Soltanto questo evita di andare dietro a qualunque “vento morale” e scongiura “la paralisi delle persone di buona volontà”, paventata dal Pontefice.