Obiettori in corsia: abuso di (santo) ufficio – Intervista a Filomena Gallo

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Negli ultimi tempi la maternità delle donne italiane sembra essere oggetto di un’attenzione piuttosto violenta da parte dei cosiddetti “difensori della vita”, paladini in realtà della non-vita degli embrioni: obiettori in corsia contro la legge 194, consultori che spariscono e centri religiosi che li sostituiscono, una legge 40 che, se possibile, peggiora ulteriormente. Catto-politica, insomma, contro le donne. Le quali dovrebbero cominciare a risvegliarsi e a reagire, come suggerisce loro l’avvocato Filomena Gallo, Segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica.
Nel lontano febbraio 2008 Emma Bonino denunciò che in Lombardia erano rimasti solo 2 o 3 ginecologi disposti ad ottemperare alla legge 194 e quell’allarme passò quasi inosservato. Oggi la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della 194) rende noto che in tutta Italia rimangono soltanto 150 medici non obiettori di coscienza.

Tra poco nel nostro Paese non sarà più possibile abortire?
Esistendo una legge che prevede l’obiezione di coscienza è ovvio che ci siano medici che attuano questa possibilità. Però, innanzitutto, non deve essere interrotto il servizio medico-sanitario e l’Azienda ospedaliera dovrebbe garantire la continuità del servizio: quindi le donne dovrebbero cominciare a denunciare, cosa che attualmente non avviene perché la donna che deve abortire ha dei limiti temporali da dover rispettare e quindi è più occupata a trovare la struttura idonea, il che si trasforma in un pellegrinaggio nei vari ospedali pubblici. C’è una mancanza di applicazione delle norme: la 194 è una legge che tutela la maternità e prevede l’interruzione di gravidanza laddove sussistano gravi problemi per la salute della donna che, come affermato dalla Corte costituzionale, nella scala dei diritti sta ad uno scalino più alto rispetto al nascituro. Dovrebbe essere possibile anche nelle strutture private eseguire l’aborto. Ma il medico obiettore non dovrebbe poter lavorare poi nel privato. Oggi possiamo accedere alla sanità privata per tutto ma non per abortire.
Accade anche questo?
Sì. E bisognerebbe fare una indagine ben precisa in questo senso per comprendere meglio le motivazioni di questo monopolio assoluto che determina anche un controllo per legge, e non trova motivazione di alcun tipo al divieto di aborto nel privato. Poi non c’è solo il medico obiettore di coscienza. Ci sono altre figure professionali, come gli anestesisti, che sono coinvolte. Io faccio a volte un parallelo: anche la legge 40 prevede l’obiezione di coscienza, ma siccome è un settore specifico, peraltro molto nel privato, chi ci lavora sa su cosa lavora e l’obiezione di coscienza è inferiore. Poi, quando nel pubblico vengono rifiutate le applicazioni di alcune tecniche di fecondazione assistita, il medico non si dichiara obiettore, però dichiara che si tratta di una scelta aziendale. Quindi credo che la responsabilità sia da ascrivere non solo ai medici, ma anche alle aziende ospedaliere per le politiche che determinano.
Quali sono gli estremi per le denunce? L’omissione di soccorso è tra questi?
Sicuramente l’abuso di ufficio, in quanto non si garantisce la continuità di un servizio. Ma si configura anche l’omissione di soccorso, nel momento in cui la donna si trova alla settimana limite e può essere in pericolo la sua salute.
Un farmacista può essere obiettore di coscienza?
No. E anche in quel caso ci troveremmo in presenza di un abuso di ufficio. Perché il farmacista è obbligato a fornire un farmaco se c’è una prescrizione medica: non si può sostituire al medico, che è l’unico abilitato a prescrivere l’uso di quel farmaco.
Un’altra questione recente è la legge regionale 160, presentata in Piemonte, che prevederebbe sovvenzioni a organizzazioni cattoliche per dissuadere e comunque per schedare le donne che si rivolgano agli ospedali per interrompere una gravidanza.
Questa legge è passibile di procedura costituzionale, perché verrebbero intaccate le libertà personali della donna. Leggendo il testo si evince che questi “Centri della tutela della maternità e della vita” dovrebbero convincerla a non abortire, di fatto sostituendosi ai consultori. Dal nostro ordinamento stanno scomparendo questi consultori, che sono il centro primo di ascolto per le famiglie. Se una donna abortisce, applicando alla lettera la 194, lo fa per un preciso motivo: viviamo in un Paese dove non si fa prevenzione per tutto ciò che riguarda le malattie sessualmente trasmissibili, non si fa nessuna informazione né educazione sessuale nelle scuole. La 194 non serve a favorire l’aborto per la ragazza che non ha usato metodi contraccettivi, ma a tutelare la salute della donna e del nascituro. E interviene in alcune fattispecie concrete: prevedendo perciò anche l’intervento dei servizi sociali e del Comune, affinché un limite economico non debba portare a una interruzione di gravidanza. L’intervento dei “Centri della tutela” e delle associazioni pro-life, pur autorizzati dall’Azienda sanitaria locale, vanno di fatto a violare la privacy della donna che ha intenzione di abortire. L’aborto non è una passeggiata e nel momento in cui prendi una decisione del genere non devi avere la persona che ti tartassa per motivi religiosi per farti recedere da questa volontà o da questa scelta sofferta.
C’è il paradosso, quindi, di non fare prevenzione e poi di impedire alle donne di accedere alla 194. Qualcosa di simile accade anche per la legge 40?
Dipende sempre da mancanza di prevenzione e di informazione. Si deve sottolineare che l’applicazione della 194 ha fatto scomparire l’aborto clandestino in Italia, pur essendoci ancora il problema per le donne immigrate e chi oggi si professa medico pro-life probabilmente è il medico che potrebbe farlo clandestinamente. Inoltre è scomparsa la mortalità a causa di aborto, piaga molto presente prima della legge 194. Stessa cosa per la legge 40: pur prevedendo la stessa legge una campagna di informazione sulla prevenzione dell’infertilità, questa viene completamente disattesa! A noi non serve un sottosegretario che vada a evidenziare che le donne scelgono di avere bambini in età sempre più avanzata. A noi serve un ministro della Salute che tuteli la salute di tutti, facendo campagne informative per tutte le patologie, tra cui quella dell’infertilità.
Il sottosegretario uscente Eugenia Roccella ha fatto un tentativo in extremis proponendo linee guida anche peggiorative della legge 40. Si aspetta che il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, molto legato ad ambienti cattolici, le ratifichi o le respinga?
Intanto il tentativo della Roccella è fallito perché attualmente sono in vigore le linee guida del 2008. Dal ministro, giacché è anche un docente di diritto e ha un ruolo da tecnico, mi aspetto che faccia il tecnico: non c’è urgenza che vengano emanate queste linee guida perché siamo in attesa dell’udienza in Corte costituzionale sull’eterologa; inoltre le linee guida dovrebbero recepire la giurisprudenza di questi anni che ha dato un’interpretazione costituzionalmente orientata della legge 40, prevedendo che l’accesso a tecniche medico-sanitarie sia consentito a tutti coloro che ne hanno bisogno, compreso chi potrebbe avere figli in modo naturale, ma che di fatto è considerato infecondo perché evita di avere una gravidanza per non trasmettere gravi malattie.
Anche nel colpo di coda di Roccella c’è un infierire sulla donna, perché se un uomo è affetto da una malattia genetica trasmissibile può accedere alla fecondazione assistita. La donna no. Perché questo odio contro le donne?
Sinceramente mi sto sforzando di trovare una motivazione ma non la trovo. L’ex sottosegretario aveva la delega alla salute della donna, ma non ho visto misure poste in essere che l’abbiano davvero favorita. Le donne colmano il vuoto del welfare, e sono delle ottime amministratrici con competenze diverse che potrebbero sicuramente essere quella marcia in più che attualmente manca in Italia e in una politica tutta al maschile dove le donne di spessore sono “amate ma non votate”.