Nuove maternità, quando a decidere è più il medico della donna.

di Nicoletta Tiliacos

Si può condividere o meno la tesi del recentissimo studio della London School ofEconomics che assegna alla “rivoluzione contraccetti va” degli anni Sessanta in generale, e alla pillola antifecondativa in particolare, un ruolo-chiave nella conquista della libertà femminile. Fa comunque uno strano effetto ragionarci in Italia, dove ai contraccettivi ormonali non ha mai fatto ricorso più del 12 per cento delle donne in età fertile, contro il 40 per cento medio dei paesi nord-europei. Trarre tuttavia da questo dato la conclusione che le scandinave siano più libere e le italiane più sottomesse, poteva andar bene all’epoca di “Helga”, film paleo sexy del 1967, con le sue svedesi superdisinibite implicitamente contrapposte alle mediterranee schiavizzate. Oggi dovrebbe esser chiaro che un tonto e dire che le vie dell’autonomia delle donne ne cessariamente incrociano quelle della ge stione del proprio ruòlo Ùproduttivo, un altro è identificare piattamente pillola con libertà e autonomia femininille. Proprio ai diversi e ambigui significati dell’autonomia femminile in relazione al corpo e alla riproduzione nell’era della tecnica trionfante è dedicato “Nuove maternità . Riflessioni bioetiche al femminile” (Diabasis, 210 pagine, 15 euro, a cura di Carla Faralli e Cecilia Cortesi). Il libro, uscito da poche settimane, raccoglie i contributi di sette femministe anglo-americane e australiane (sono le filosofe Susan Dodds, Anne Donchin, Susanne Gibson, ililde Lindemana Nelson, Susan Sherwin, e le esperte di salute Mary Briody Mahowald e Rosemarie Tong) su temi che vanno dall’aborto alla procreazione assistita, dalla medicalizzazione della gravidanza all’uso dei tessuti fetali, dai contrat ti di maternità surrogata al ruolo delle tec niche diagnostiche prenatali. A percorrere tutti i saggi è il tema dell’ autonomia e dell’esercizio del controllo, cioè delle condizioni in cui la donna opera le proprie scelte nel campo della riprodu zione, finalizzate sia alla ricerca sia al ri sultato della materinità. Da varie angolazioni, più o meno estreme, si analizzano i condizionamenti che i rapporti di potere tra i sessi, e tra medico e paziente, possono mascherare o depotenziare, ma mai cancellare del tutto. Come nota l’australiana Susan Dodds, che passa in rassegna le varie tendenze del femminismo rispetto all’uso del la tecnica nell’ambito riproduttivo, “l’approccio femminista radicale alla bioetica enfatizza il ruolo che il patriarcato ha giocato nelle istituzioni della scienza medica, del matrimonio, dell’eterosessualità e del la famiglia, sostenendo che la capacità ri produttiva femminile è stata essa stessa la causa dell’oppressione delle donne, e che le apparenti scelte che le donne compiono riguardo alla procreazione non sono realmente scelte autonome, perché il contesto di queste scelte è costituito dal patriarcato” . Secondo questa prospettiva le donne, “considerate come prive di controllo sulle tecnologie riproduttive e sulle pratiche mediche, dovrebbero stare ben attente a non farsi sfruttare proprio grazie a queste ultime” . Di conseguenza, “fino a che le donne non otterranno il controllo sulle tecnologie riproduttive e finché non si romperà il le gmne fra essere una donna e avere uno sta tus sociale inferiore dovuto alle capacità procreative, le donne dovrebbero rifiutare forme di intervei?itì medici che sfruttino questa connessione”. La canadese Susan Sherwin è da tempo concentrata sul tema dell’autonomia e delle scelte bioetiche in ambito riproduttivo, in un’epoca in cui tutte le fasi della gravidanza e della nascita sono ormai connesse con il monitoraggio e l’intervento della tecnologia. Sottolinea come “la caratteristica principale della bioetica femminista è l’interesse critico che coglie gli aspetti oppressivi delle pratiche e dell’organizzazione medica” e che “l’autorità medica è stata frequentemente invocata per sostenere programmi discriminatori contro le donne e per negare la credibilità delle donne sia nel contesto medico sia in altri contesti”. Non si tratta di demonizza re la tecnica, sostiene la Sherwin, ma di sa per riconoscere volta per volta, sempre chiedendosi “quale tipo di soggetto possa beneficiare delle nostre scelte”, quando entra in azione un meccanismo oppressivo, sia pure “a fin di bene” come può essere, per fare il più ovvio e attuale degli esempi, l’elusione della sterilità. Merito del saggio della Sherwin e degli altri spunti offerti da “Nuove maternità” è di far brillantemente giustizia, in una prospettiva laica e femminista, delle semplifi cazioni del genere “scienza contro medioevo” (o magari “pillola uguale libertà”). Nicoletta Tiliacos