«No ai politici pro aborto», il caso al Sinodo

Il successore di Ratzinger al Sant’Uffizio pone la questione. Scola contestato: sì ai preti sposati

Come far valere il principio che è «peccato» votare per un candidato che «ammette» l’aborto ma anche capire se ci siano «motivi teologici» per il celibato dei preti: sono due le questioni calde in discussione al Sinodo dei vescovi, sollevate nella prima ora di «libera discussione» introdotta da papa Benedetto.
Un «padre» chiede la parola e può porre una domanda, fare una proposta, obiettare a un altro oratore. Ognuno ha tre minuti di tempo a disposizione e nella prima tornata, lunedì sera, tra le 18 e le 19, hanno parlato in 27: vuol dire che molti non hanno usato per intero i tre minuti a disposizione.
In questa specie di «question time» sinodale ha parlato anche il successore di Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede, l’arcivescovo statunitense William Joseph Levada, invitando ad approfondire il «rapporto tra Eucaristia e morale» e ricordando l’insegnamento della Chiesa secondo il quale «è peccato votare i candidati politici che ammettono leggi a favore dell’aborto».
Levada ha fatto presente che negli Stati Uniti questo principio – riaffermato dai vescovi durante le ultime elezioni presidenziali – «ha creato divisioni nella Chiesa e l’ha esposta all’accusa di interferenza nella vita politica». In conclusione il prefetto della fede ha detto di ritenere «opportuni un approfondimento e un confronto sull’argomento, ascoltando anche le esperienze delle Chiese di altri Paesi».

Una posizione problematica, propria di chi vorrebbe l’affermazione di quel principio, ma che insieme si pone domande sulle sue implicazioni e sulla sua praticabilità. Domande più che ovvie, a partire da quella fondamentale: che si intende per «ammettere leggi che favoriscono l’aborto»? Per esempio in Italia, dove tutti i politici di fatto «ammettono» la legge sull’aborto, che ne sarebbe di una tale affermazione? Già nel documento preparatorio del Sinodo, al paragrafo 73, si faceva osservare che «alcuni ricevono la comunione pur negando gli insegnamenti della Chiesa o dando pubblicamente supporto a scelte immorali, come l’aborto, senza pensare che stanno commettendo atti di grave disonestà personale». Dal documento di lavoro e dall’uscita di Levada sembra di capire che si vorrebbe richiamare l’«attenzione» dei cattolici sulle implicazioni morali delle scelte elettorali, più che affermare un criterio netto di esclusione dalla comunione di politici «abortisti» e dei loro sostenitori.
L’altra questione scottante è stata posta da Gregoire Laham, patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti, che ha affermato: «Non ci sono ragioni teologiche a fondamento del celibato dei preti». La contestazione era rivolta al relatore, il cardinale Angelo Scola, che l’altro ieri aveva accennato ai «profondi motivi teologici che hanno condotto la Chiesa latina a unire il conferimento del sacerdozio ministeriale al carisma del celibato». Il patriarca ha ricordato la prassi della Chiesa antica che ammetteva ovunque i preti sposati e quella delle Chiese orientali cattoliche che l’ammettono tutt’ora, concludendo con la domanda: «Lei dove li trova i motivi teologici?» Il patriarca di Venezia ha risposto sostenendo che «occorre intendersi sul concetto di motivi teologici» e che «nella Chiesa latina essi sono affermati», ma non li ha precisati. Una petizione al Sinodo perché riveda la legge sul celibato è venuta da un Consiglio nazionale dei preti dell’Australia e dal movimento europeo a dominante tedesca «Noi siamo Chiesa».
Una sollecitazione al Papa perché promuova «altre forme possibili che favoriscano l’esercizio della collegialità episcopale» è stata rivolta dal vescovo teologo Bruno Forte. Due cardinali, il brasiliano Hummes e lo spagnolo Rouco Varela, hanno lamentato la difficoltà a intendere il latino «troppo classico e poco ecclesiastico» usato dal relatore Scola nella prolusione.