Il discorso che il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ha fatto ieri al congresso dell’Unione di Centro, conclusosi con l’elezione per acclamazione di Marco Follini alla segreteria del partito, si segnala per alcune caratteristiche di fondo che ne fanno un piccolo capolavoro di stile Doroteo dei tempi andati.
Per Ferdinando Casini ha ritenuto di dover sottolineare la crisi profonda in cui versa la politica mondiale, il dislivello intollerabile in cui vivono il Nord e il Sud del mondo. Ma subito dopo ha individuato in Giovanni Paolo II e nel suo successore i punti di riferimento essenziali per il partito che si considera l’erede naturale ed orgoglioso della grande Democrazia Cristiana e del suo costruttore Alcide De Gasperi.
Così ha interpretato i risultati del referendum sulla procreazione assistita come l’espressione della vittoria dei valori cristiani di cui egli stesso si ritiene rappresentante. Si è difeso dall’accusa di aver aiutato l’astensionismo fingendo di potersi pronunciare pubblicamente al pari degli altri cittadini. Come se ricoprire la terza carica dello Stato fosse ininfluente ai fini di influenzare, con l’appoggio di tutti i canali televisivi, l’atteggiamento di milioni di italiani che già sentivano in gran parte lontani dal proprio interesse particolare quesiti che non li toccavano direttamente. Ha respinto da sé l’idea di clericalismo ma, in compenso, ha ammonito la sinistra a non confondersi in un partito radicale di massa. Di null’altro colpevole, peraltro, se non di sostenere in questo caso principi e diritti di libertà consacrati dalla nostra Costituzione.
Non è stato possibile, nel suo ampio discorso, trovare un argomento chiaro né a favore della battaglia astensionista né per la difesa della legge 40, se si esclude il generico richiamo ad una legge approvata da una maggioranza parlamentare che almeno da un anno è minoranza nel paese reale. Ha difeso appassionatamente Silvio Berlusconi riconoscendogli il merito di aver organizzato la Casa delle Libertà, distinguendosi in questo con forza dalla severa requisitoria contro il governo di Follini, ma ha insistito sulla necessità di costruire, prima e dopo le prossime elezioni politiche, il partito nazionale dei moderati per battere un centro-sinistra, altrimenti destinato alla vittoria nello scontro del prossimo anno.
Si è posto, insomma, con cautela e chiarezza, come il possibile e naturale erede del Cavaliere alla guida del centro-destra nella prossima legislatura, elaborando una piattaforma programmatica che è quella del futuro partito cattolico aperto ai laici ma strettamente legato alla Chiesa per i valori che sostiene e per la lotta contro un eventuale fronte che abbia la laicità dello Stato come un punto fondamentale della sua battaglia.
In questo senso ha chiarito e precisato una prospettiva che si poteva cogliere, al di là della durezza di certe affermazioni, nel discorso del suo segretario ponendo la sordina sulle critiche e le valutazioni del governo piovute da Follini e riaffermate con chiarezza da un battitore libero come il senatore Tabacci. Ha accontentato i ministri del suo partito come Buttiglione e Giovanardi ma si è riservato per il futuro una libertà di movimento che riguarda sia le forme dell’aggregazione nel partito nazionale dei moderati, sia la scelta del dopo Berlusconi che, a quanto pare, considera non proprio imminente ma necessaria tra non troppo tempo. Sul piano programmatico soltanto accenni generici alla solidarietà sociale che ha condotto (ma per lui è stato un errore) una parte del mondo cattolico ad allearsi con la sinistra “marxista