Marito in coma, sì al prelievo del seme

di Stefano Zanette

 

spermatozooVia libera del San Matteo di Pavia alla donna che vuole comunque un figlio .
 
Procedura autorizzata. Con il freddo linguaggio dei termini clinici, che sempre nascondono casi umani e drammi personali, ieri il policlinico San Matteo di Pavia non ha fatto attendere la risposta alla domanda, arrivata tramite il Centro di crioconservazione dei gameti maschili di Padova, della quarantenne di Vigevano che vuole un figlio dal marito in coma.

«In riferimento alla comunicazione dell’Azienda ospedaliera di Padova – si legge nella nota del San Matteo – che ha espresso la disponibilità a effettuare il prelievo del liquido seminale dal paziente ricoverato in stato di coma presso la struttura di Rianimazione della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, questa direzione ha autorizzato la suddetta Azienda a effettuare la procedura. Confermando la piena collaborazione, la Fondazione policlinico San Matteo ha richiesto all’Azienda ospedaliera di Padova di eseguire la procedura con una propria équipe, in piena autonomia, nel rispetto delle norme vigenti in materia». Ma il prelievo del liquido seminale – per il quale lo stesso direttore del Centro di crioconservazione padovano, professor Carlo Foresta, conferma che «su questo abbiamo già l’autorizzazione sancita dal tribunale» – non è che il primo passo: «Sarà necessaria un’altra autorizzazione – aggiunge Foresta – per procedere alla fecondazione artificiale». Il problema appare duplice e di dubbia soluzione. Innanzitutto, il consenso di entrambi i genitori, ma anche i problemi di sterilità. Su questi due presupposti si basa infatti la legge italiana sulla fecondazione artificiale. Per il consenso da parte dell’uomo in stato d’incoscienza per coma, il tribunale di Pavia ha nominato l’amministratore di sostegno, nella figura del padre del paziente, che ha firmato la richiesta per il prelievo del liquido seminale. «Provvederò a prendere informazioni, per capire su che basi sia stato dato il via libera», commenta Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, con delega ai temi bioetici, che aggiunge: «Credo che si inizi con troppa disinvoltura a superare il concetto di consenso informato. E quello di libera scelta, espressa con certezza e chiarezza». «Un caso ben diverso da quello di Eluana Englaro – commenta però Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica Cicogna e vicesegretario dell’associazione Luca Coscioni -. Nel caso Englaro non esisteva alcuna legge in materia. Ma a regolare la vicenda della donna di Vigevano, invece, c’è la legge 40 del 2004. Non voglio limitare il diritto delle coppie, ma se esiste una norma, va rispettata. E il testo di legge stabilisce che per accedere alle tecniche di procreazione assistita sia necessario il requisito della sterilità, e per applicarla serve un consenso scritto di entrambi i genitori». GIÀ, perché oltre al problema del consenso dell’uomo in coma, c’è quello della sterilità della coppia. In questo caso, l’impossibilità di avere un figlio senza inseminazione assistita è causata dallo stato di coma del marito. E il dibattito registra opinioni opposte. «Penso che teoricamente sia possibile commenta l’ex-ministro della Salute, Girolamo Sirchia – e in linea con la legge 40. Ma resta un problema di opportunità, quello di far nascere un bimbo sapendo che suo padre non ci sarà mai». Più drastici, in senso negativo, i pareri dei vertici del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb): il presidente onorario, Francesco D’Agostino, parla di «un errore giuridico e bioetico» e per il vicepresidente, Lorenzo D’Avack, la vicenda è «fortemente discutibile». «Un gesto d’amore comprensibile» sono invece le parole di Claudio Giorlandino, presidente della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale (Sidip).