Ma nei piccoli centri il trend è in crescita

Monsignor Fisichella: “I dati vanno analizzati con prudenza. A Milano trend in crescita di ‘non avvalentisi’, non a Roma”

di Orazio La Rocca

CITTÀ DEL VATICANO – “Preoccupati, sì, ma senza esagerare”. Per monsignor Rino Fisichella, vescovo ausiliare di Roma, rettore della Pontificia università Lateranense, e tra i più stretti collaboratori del cardinal vicario Camillo Ruini, presidente della Cei, i dati sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche relativi all’ultimo anno scolastico “vanno analizzati con prudenza, senza allarmismi e con una buona dose di pragmatismo”. Se il dato nazionale del 2004-2005 dimostra che rispetto a 5 anni fa gli studenti che hanno detto “no” sono quasi triplicati, per monsignor Fisichella, che è anche una sorta di “cappellano” di Montecitorio, esso “non rispecchia il reale andamento delle scelte, perché è noto che in Italia nella stragrande maggioranza dei piccoli centri la situazione è diversa: lì gli studenti che scelgono la religione cattolica sono in crescita”.

Monsignor Fisichella, secondo il ministero dell’Istruzione nelle scuole superiori gli studenti che non si avvalevano dell’istruzione religiosa cattolica nel 2001-2002 erano l’11,7 per cento, dato che ora è salito al 38 per cento. Questo cosa significa?
“Significa, a mio parere, che il dato nazionale va analizzato alla luce dei dati che emergono nei piccoli centri e tra piccole e grandi città. Ad esempio, i dati che io conosco mostrano una discotinuità tra piccole e grandi città, e tra le stesse grandi città, come succede a Milano e a Roma. Nel capoluogo lombardo il trend dei “non avvalentisi” in effetti è in crescita da qualche tempo; a Roma no. Agli analisti si presenta un’Italia a macchia di leopardo che va studiata e capita, anche per individuare i problemi, là dove esistono, per superarli”.

Sembra comunque difficile non vedere, in questi dati, una “crisi” dell’attrattiva dell’ora di religione. Non crede?
“Sì. Aggiungo però due cose. Primo, non bisogna mai fermarsi ai soli numeri, ma occorre capire la varie situazioni locali, analizzare i contenuti, la situazione dei docenti, le attese degli studenti. Secondo, occorre – ripeto – distinguere tra grandi e piccoli centri. Ad esempio, nei piccoli centri gli studenti che frequentano l’ora di religione sono in crescita perché la famiglia italiana-tipo è contenta di dare ai ragazzi una solida formazione cattolica. Piuttosto, l’aspetto che mi preoccupa di più è un altro”.

Quale?
“Più che pensare agli studenti che scelgono l’istruzione religiosa cattolica, mi preoccupa chi non si avvale perché rinunzia ad una risorsa e viene meno ad una formazione che, secondo me, non può fare a meno dell’insegnamento della religione e della cultura cristiana. Penso ai ragazzi italiani, a quanti studiano filosofia, lettere, arti, la musica: come possono affrontare queste discipline senza avere una forte base di conoscenza delle nostri radici religiose e cristiane?”.

E’ un fatto, però, che gli studenti delle scuole superiori che hanno detto “no” alla religione cattolica in orario scolastico sono triplicati nel giro di cinque anni. La gerarchia ecclesiale non può far finta di niente.
“Anche se questo dato fa preoccupare, ciò non toglie che la grande maggioranza degli studenti delle superiori ancora si avvale dell’insegnamento della religione cattolica e che nei piccoli centri il dato è in crescita. Io non sono votato al pessimismo per natura, ma se gli “avvalentisi” sono, in fondo, circa il 66 per cento su scala nazionale, un motivo ci sarà”.

Allora, una possibile parola d’ordine dei vescovi italiani potrebbe essere “”grande attenzione, ma senza eccessivi allarmismi”. E’ così?
“Certamente i dati vanno analizzati con cura e capiti, ma non sarei così preoccupato. Certo, c’è da fare un lavoro impegnativo per comprendere questa tendenza negativa emersa a livello nazionale nelle scuole superiori. Se devo parlare in termini di preoccupazione, ribadisco, il mio pensiero in primo luogo va a quegli studenti che non scelgono l’insegnamento della religione cattolica. Sono preoccupato per loro perché rinunciano ad una importante parte della loro formazione culturale”.