Non è stato fra le priorità del Parlamento nei primi cento giorni della nuova legislatura. E c’è da scommettere che non lo sarà neanche alla ripresa dei lavori, dopo la pausa estiva. Il tema delle coppie di fatto, d’altra parte, non rientra nel programma elettorale del Pdl, per il quale non esiste altra famiglia che «la comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna». Date queste premesse e i numeri che il Partito della libertà può schierare alle Camere, di Dico, Pacs, Cus l’agenda parlamentare non terrà conto. A meno di intese con l’opposizione. In tal caso si potrebbe anche teorizzare una ripresa del dibattito sulle unioni civili, che la scorsa legislatura riuscì a tradursi nel sofferto disegno di legge, date le diverse anime dell’Ulivo, che il Governo presentò sui Dico. Il Partito democratico non ha, infatti, mancato di evidenziare nel proprio programma elettorale la volontà di promuovere «il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà delle persone stabilmente conviventi, indipendentemente dal loro orientamento sessuale».
Ipotesi che comunque resta remota. Non solo per le difficoltà che al momento ostacolano il dialogo tra maggioranza e opposizione, ma anche perché l’Udc (teoricamente all’opposizione) è schierata sulle stesse posizioni del Pdl e non ammette altra famiglia se non quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Tant’è che i progetti di legge finora presentati in Parlamento sulle unioni civili sono soltanto tre, tutti targati Pd e tutti ancora da assegnare alle commissioni. Nessuna proposta della maggioranza, dunque.
Neanche quella che la scorsa legislatura avanzò Alfredo Biondi, allora senatore di Forza Italia, per la disciplina del contratto di unione solidale. Fu proprio sui Cus che alla fine riuscirono a convergere – dopo tante polemiche, che sfociarono in un Dico-day e in un contrapposto familyday – i diversi orientamenti dell’allora maggioranza. Il Cus, infatti, si risolve nell’accettazione della volontà di due persone di vivere insieme al di fuori del matrimonio e di vedersi, dunque, riconosciuti diritti e doveri della convivenza. Tutto da mettere nero su bianco in un "normale" contratto sottoscritto davanti al notaio, contratto che poi viene inserito in un apposito registro.
Niente a che vedere, pertanto, con l’equiparazione della coppia di fatto a una famiglia. Nel non facile cammino parlamentare, interrotto dalla crisi di Governo e dallo scioglimento delle Camere, il testo Biondi fu modificato e vennero inserite alcune novità più affini all’orientamento ulivista di estrazione Ds. Infatti, nel documento che a inizio dicembre 2007 la commissione Giustizia del Senato adottò come testo base per la discussione (dopo che neanche il comitato ristretto era riuscito a predisporne uno), veniva esplicitamente affermato che il contratto di unione solidale potesse essere sottoscritto anche fra due persone dello stesso stesso.
Tra le altre modifiche, il fatto che a raccogliere la volontà di vivere insieme fosse, oltre al notaio, il giudice di pace. Nelle proposte presenti ora in Parlamento si ritorna, invece, a parlare di unioni civili di persone di diverso e dello stesso sesso per «dare forma e sostanza giuridica si legge nella relazione che accompagna il Ddl di cui è primo firmatario Marco Perduca (atto Senato 603) – alla vita di decine di migliaia di "coppie di fatto"».
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