Chetatisi gli animi, dopo che le opposte fazioni di ultras credenti e miscredenti erano finite a capocciate per la faccenda degli "ateobus" genovesi, varrebbe la pena di fare un rapido punto sul valore prezioso della laicità. Certamente perso di vista da entrambi i contendenti. Aspetto che per quanto riguarda i primi ovviamente non stupisce, nel caso dei secondi preoccupa; e non poco.
Sicché il ragionamento che segue si rivolge soprattutto a questi ultimi, come a quanti – atei o teisti che siano – ritengono la laicità un principio irrinunciabile del vivere civile. Tema che si colloca in una tendenza tipica di questi tempi: il ritorno della religione nel dibattito pubblico di queste nostre democrazie in crescente deficit di autostima.
Sul fronte laico spicca la voce del più noto filosofo europeo vivente, Jürgen Habermas, favorevole al contributo che le "comunità d’interpretazione" di origine religiosa possono assicurare al rafforzamento di senso e significato nella cittadinanza democratica. Per puntellare la forza interna ("endogena") delle nostre società, valutate troppo fragili nell’odierno "scontro di civiltà". Secondo lo stesso proponente, «una speranza nata dalla disperazione». Speculare a quella di Habermas c’è l’impostazione di chi opta per atteggiamenti militanti, tradotti nella proclamazione provocatoria del proprio ateismo. Comune a entrambe è quanto appare (allo scrivente) un tragico errore: accreditare l’argomento-dio come terreno di confronto-scontro politico. Cioè l’abbandono di quella che è la tipica posizione del laico al riguardo, da quando fu teorizzata agli albori del XVII secolo dall’umanista giusnaturalista olandese Ugo Grozio: «Come se dio non ci fosse» («Etsi deus non daretur»). Ossia prendere le distanze da una pazzia che ha fatto commettere all’umanità le peggiori barbarie. Giustificate – certo – all’insegna irrazionale del "dio lo vuole", ma che non si può riportare a razionalità limitandosi a strillare "dio non c’è".
Solo sgombrando il campo da questioni proprie della sfera privata individuale ("l’aldilà") potremo concentrarci a dirimere, facendo «uso pubblico della ragione», le questioni del nostro essere "al di qua". Magari promuovere battaglie politiche contro il finanziamento pubblico alle scuole confessionali o stigmatizzare le truffe retrostanti l’8 per mille, largamente incassato da Santa Romana Chiesa grazie ad automatismi francamente sospetti. Potremo ribadire, a chi dichiara di parlare in nome di un qualche dio, il nostro diritto a nascere, vivere, amare e morire come più ci aggrada. E applaudire il muso duro del presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, quando ricorda al vescovo di Torino, Severino Poletto, che c’è ancora una legge dello Stato. Anche perla povera Eluana Englaro. In sostanza, potremo affermare una laicità rettamente intesa. Cosa a cui non si è assistito nelle recenti vicende degli "ateobus" e – prima ancora nella propaganda degli "sbattezzi" (che, da laico e ateo, mi sono permesso di criticare). In quanto tali iniziative – perseguendo logiche di proselitismo ateistico – smarrivano uno dei primari punti di forza della posizione laica il non volere mai assolutizzare le proprie convinzioni.
Se il laico ritiene che Piergiorgio Welby può legittimamente porre fine a un’esistenza di sofferenze inenarrabili, non per questo si propone di estendere tale soluzione a nessuno. Se afferma che una donna può liberamente interrompere una gravidanza non voluta (e farlo in una struttura sanitaria), sta ben attento a non generalizzare. Al contrario, il dogmatismo pretende di costringere tutti a subire il suo imperio. Qui sta la differenza vera e irriducibile tra le due posizioni. Dunque, il principio di laicità vive se coniugato all’autonomia del giudizio. Avvizzisce se si pensa di propugnarlo contrapponendo credenze a credenze. Il fatto che si debbano ribadire queste banalità evidenzia i danni causati dal contagio oscurantista, anche in chi pensa di promuovere visioni civilmente "illuminate".