Preferisco qui citare testualmente il mio libro, nel quale scrivo che «rimane il fatto che l’esistenza stessa di Israele si fonda su una protesa continuità storica che risale in ultima analisi a una supposta promessa divina»: qualunque cosa si pensi su Israele, non si può negare che sia la commistione fra politica (l’esistenza di uno Stato) e religione (l’assegnazione divina di una terra) ad avvelenare il dibattito sulla Palestina. E ancor più l’avvelena la pretesa di molti, anche a sinistra, di insistere a equiparare antisemitismo e antisionismo: la mia posizione è diversa, e coincide con quella espressa da Chomsky in Terrore infinito (Dedalo, 2002), al quale rimando. In fondo, infatti, il mio libro si interessa di Israele soltanto in maniera strumentale, per il ruolo che il Vecchio Testamento ricopre nella fede cristiana. Venendo alle lettere dei lettori, il signor Franco Bergamasco obietta alla mia definizione dello stesso Vecchio Testamento come di «un irritante e snervante pasticcio, pieno di sciocchezze e orrori, massacri e contraddizioni», facendomi notare che in esso ci sono anche l’Ecclesiaste, il Cantico dei Cantici e il libro di Giobbe. E’ un’obiezione singolare, come se in un tribunale il difensore di un assassino chiedesse clemenza alla corte perché il suo assistito, oltre ad aver sgozzato una mezza dozzina di vittime, ha però anche delle belle abitudini, come il portare i fiori alla moglie o fare passeggiate in montagna. Che ci siano belle pagine nell’Antico Testamento, non lo nego neppure io: il fatto è che, oltre a non essere quelle su cui si basa la legge mosaica, e dunque la dottrina cristiana che le ha annesse, sono affiancate da una serie di pagine di ben altro tenore, che uno non si aspetterebbe di trovare, o si aspetterebbe di non trovare, in un libro che si proclama divinamente ispirato.
Il signor Claudio Silipo ribatte invece in maniera diversa allo stesso problema, delle «sciocchezze e contraddizioni di cui la Bibbia è piena», citando la Prima Lettera ai Corinti. Cioè, dando appunto ragione a me, visto che in essa Paolo di Tarso dice che la fede cristiana è «una follia per i Gentili» , e che essa non si rivolge «ai Greci che cercano la sapienza». Io sono perfettamente d’accordo, ma evidentemente il lettore, e con lui molti altri cristiani, no: problema loro, ma non si può avere allo stesso tempo il calice pieno e la perpetua ubriaca, e cioè abbracciare una fede per i beati poveri di spirito, pretendendo poi allo stesso tempo di non esserlo. Rimane da rispondere a ciò che l’Avvenire descrive dicendo: «all’insulto ha reagito persino gente mitissima come il priore Enzo Bianchi». E cioè, al suo articolo di domenica scorsa, che inizia la sua critica sostenendo che «sbeffeggiare i cristiani può essere molto redditizio» e che «c’è tutto da guadagnarci» . Sarei ipocrita se non dicessi che non mi dispiacerebbe affatto che lui avesse ragione, ma sarei un illuso se ci credessi: semmai è vero il contrario, visto che in Italia sono scrittori come Messori o la Tamaro a vendere milioni di copie, e non certo gli mente non sbeffeggiano affatto il Cristianesimo in sé, e ne propongono invece versioni meno dogmatiche e più popolari (il che spiega in parte il loro successo). Padre Bianchi non apprezza il mio stile, ed è un suo diritto: in fondo, anche il proverbio avverte che si deve «scherzare coi fanti ma lasciar stare i santi», per non parlare della Sacra Famiglia. Ma non entra affatto nel merito delle critiche che rivolgo in tutto il libro alle verità di fede: si limita a richiedere una comprensione «delle incongruenze presenti in ogni argomentazione».
Dunque, ammette che queste incongruenze ci siano, e mi chiede piuttosto di comprendere «l’evolversi del pensiero umano». Si figuri se non sono d’accordo! Dubito però che lo siano i suoi superiori, che invece ritengono che i testi sacri vadano presi letteralmente: Ratzinger, in particolare, del quale nella conclusione del libro riporto un interessante riassunto autentico dei «diversi dogmi cristologici e mariani» che ogni fedele deve accettare, per potersi dire cattolico, e sui quali a mio avviso dovrebbe concentrarsi la discussione di coloro che, a differenza di me, ritengono che essi possano essere sensati e credibili. In conclusione padre Bianchi dichiara: «Io continuo a credere che anche i non credenti possano avere una vita interiore». Lo ringrazio, a nome loro, della sua generosità , ma non posso accettare il suo ecumenico invito a «riconoscere la ricchezza che a ciascuno può venire dal dialogo tra identità e convinzioni differenti»: in fondo, sono un logico, e credo che la verità stia da una parte o dall’altra, e che quando in una disputa uno ha ragione, l’altro abbia torto. In particolare, credo che la scienza abbia ragione, anche e soprattutto per il suo metodo, che consiste nel basarsi su esperimenti verificabii e dimostrazioni comprensibili. E che la Chiesa abbia invece torto, anche e soprattutto per il suo metodo, che consiste invece nel basarsi su rivelazioni non verificabii e dogmi non comprensibili. Di questo parla il mio libro e di questo mi piacerebbe discutere, entrando nella precisione dei dettagli ed evitando di rimanere nel vago delle generalità.
Qui l’intervista ad Odifreddi.