Lasciamo da parte il fatto che, proprio grazie a queste basi filosofiche, Tommaso poteva giustificare “razionalmente” la tesi cristiana dell’immaterialità e immortalità dell’anima e quella secondo cui ogni essere umano è singolarmente voluto da Dio. Sottolineiamo invece il fatto che questa dottrina detta dell”animazione successiva” è stata a lungo abbracciata dalla Chiesa e si trova difesa, in particolare, in un saggio di una settantina di pagine del maggior filosofo cattolico del Novecento, ossia Jacques Maritain, dal titolo significativo Verso un idea tomista dell’evoluzione (in Approches sans entraves: scritti di filosofia cristiana, Città Nuova editrice, Roma, 1977, pagg. 87-153. Edizione originale francese del 1973). In questo scritto Maritain, poggiando con grande apertura di pensiero sui più recenti studi circa l’evoluzione e la genetica (anche di autori marxisti, come Oparin) difende l’idea tomista secondo cui la “materia” deve raggiungere un determinato grado di complessità per poter ricevere la vita vegetativa, ulteriori gradi di complessità per ricevere la vita animale e, infine, molto maggiori gradi di complessità per ricevere la vita razionale. Questo vale non solo a livello filogenetico (ossia per quanto riguarda l’evoluzione delle specie viventi), ma anche a livello ontogenetico (ossia per quanto concerne lo sviluppo dell’embrione) e il filosofo francese afferma perentoriamente: «Ammettere che il feto umano dall’istante della sua concezione riceva l’anima intellettiva, quando la materia non è ancora in nulla disposta a questo riguardo, è ai miei occhi, un’assurdità filosofica. È tanto assurdo come chiamare “bebé” un ovulo fecondato. Significa “misconoscere” completamente il “movimento evolutivo”, che viene in realtà considerato un semplice movimento di aumento o di crescita, come se a forza di crescere un cerchio divenisse un quadrato o il Piccolo Larousse divenisse la Divina Commedia» (Op. cit., pagg. 98-99).
Del resto, la dottrina dell’anima successiva veniva presentata come la più attendibile, addirittura nei manuali di filosofia per i seminari cattolici ancora per lo meno negli anni 60 del secolo ventesimo. Secondo questa concezione lo sviluppo di un certo ente può comportare dei “mutamenti sostanziali”, nel corso dei quali esso diviene di volta in volta un ente di “tipo diverso”. Tommaso aveva ben visto il problema, quando, anziché scandalizzarsi che un feto umano, a un certo stadio, sia un vegetale o un animale, osservava che vegetale e animale sono concetti che indicano un “genere” entro cui si danno differenze “specifiche”: il feto è dapprima un vegetale della specie umana, poi un animale della specie umana, e infine un essere dotato di ragione della specie umana (ossia un “uomo” a pieno titolo). Non è il caso di scrollare la testa: tutti siamo convinti che un conto è un nocciolo di ciliegio e un conto un albero di ciliegio, un conto un uovo (fecondato) di gallina e un conto una gallina, un conto una ghianda e un conto una quercia, un conto un seme e un conto la pianta che ne potrà derivare. E ciò perché esistono tante “specie” di noccioli (di ciliegia, di prugna, di pesca), tante “specie” di semi (di frumento, di riso, di pomodoro) i quali hanno in comune con la futura pianta alcune caratteristiche permanenti (iscritte nel codice genetico delle loro cellule), senza con ciò essere già la rispettiva pianta. In poche parole, si tratta di entità ben “individuate”, complete nel loro essere, legate da un filo continuo di possibile trasformazione,ma chiaramente “distinte”, ossia, come si diceva un tempo, di “sostanze” individuali caratterizzate da un loro substrato materiale e da una specifica struttura in ragione della quale “sono ciò che sono” (detta in linguaggio aristotelico “forma sostanziale”). Dopo aver sommariamente a considerato le concezioni più “larghe” e quelle più “restrittive” circa lo statuto ontologico dell’embrione umano potremo meglio passare all’esame delle conseguenze che ne derivano sul piano etico e giuridico.