“Ma far soffrire non è cristiano”

di Giacomo Galeazzi
Lo scienziato autore della proposta di legge “Siamo contro l’accanimento terapeutico”
No a vescovi «Meglio che non ci siano, la loro presenza renderebbe meno evidente l’espressione laicale»
Medico- paziente «Restano molti interrogativi, ma la volontà del malato non può imporsi»
Quali limiti «Si apre una via pericolosa considerando cure l’alimentazione o la respirazione»

Professor Ignazio Marino, lei è cattolico, scienziato di fama mondiale, presiede la commissione Sanità del Senato e ha presentato un disegno di legge sul testamento biologico. A tre mesi dal caso Welby, condivide le rinnovate preoccupazioni della Cei per una successiva apertura all’eutanasia?
«Non credo davvero che il messaggio cristiano possa portare a sostenere che bisogna prolungare la sofferenza di una persona con macchine e cure artificiali straordinarie e sproporzionate. Anzi l’accanimento terapeutico è l’opposto della dottrina cattolica proprio perché il messaggio cristiano è essenzialmente d’amore. Posso rassicurare tutti: la direzione presa dai lavori in commissione Sanità è tutt’altro che una deriva verso l’eutanasia. Negli ultimi sei mesi abbiamo fatto un percorso molto serio e rigoroso. Abbiamo ascoltato moltissime voci: medici, giuristi, teologi, associazioni di pazienti, esperti di bioetica. Insomma abbiamo cercato di escludere che si apra anche in maniera surrettizia all’eutanasia e al suicidio assistito».

Eppure nell’opposizione molti rilanciano l’allarme del segretario generale dei vescovi Betori per il testamento biologico «anticamera» dell’eutanasia…
«Sul tavolo c’è l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi. Invece di affrettarsi a fare dichiarazioni certi esponenti del centrodestra dovrebbero incontrare qualche teologo oppure fare un’approfondita discussione teologica sul senso della vita e magari leggersi anche il catechismo firmato da Joseph Ratzinger su incarico di Giovanni Paolo II. La Chiesa è molto attenta a questi temi, ma noi non intendiamo scalfire per legge la difesa della vita. In realtà, evitando l’accanimento terapeutico non si vuole procurare la morte, bensì si accetta di non poterla impedire. La questione sulle cure è proprio che le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente».
Basta questo, secondo lei, a rassicurare i vescovi?
«Su questi temi eticamente così delicati ho dialogato con il cardinale Carlo Maria Martini. Non ho mai affrontato tali questioni con monsignor Betori e spero che ne avrò l’occasione perché a me interessa davvero approfondire. Sia chiaro. Faremo una legge che preciserà, senza possibilità di equivoco, ciò che è già nella giurisprudenza, ribadendo come reati l’eutanasia e il suicidio assistito. E introducendo il testamento biologico. Ognuno deve avere il diritto di scegliere, non sarà una legge per staccare la spina. E alla voce della Chiesa prestiamo già la giusta attenzione. La settimana scorsa qui in Senato abbiamo affrontato il tema delle terapie di fine vita insieme al cardinale Barragan, ministro vaticano della Sanità. La riflessione sugli aspetti etici è tutt’altro che trascurata. Oltreché alle indicazioni di Martini e Barragan, abbiamo accolto le segnalazioni di merito della facoltà teologica di Bressanone».
Con quali esiti?
«Nella nostra discussione in commissione Sanità è centrale l’attenzione ai temi della vita. E’ evidente a tutti che non si possa deliberatamente porre fine in nessuna circostanza alla vita di un uomo, però non si può neppure mantenere una sofferenza inutile. Del resto, il messaggio cristiano è incentrato intrinsecamente sulla dignità dell’uomo. Non vorrei, quindi, che si facesse confusione con i Dico e le battaglie sulla regolarizzazione delle coppie di fatto. Non si mettono insieme mele e arance. Il testamento biologico è tutt’altro. Qui non si parla di interrompere la vita di una persona, ma di interrompere delle terapie che prolungano le sofferenze nella vita delle persone. Qui non è semantica, è vita reale».