Ma anche morire è una «scelta di vita»

di Cristian Fuschetto
(Immagine fornita da Flickr)

Il gesto  fondativo di ogni etica  sta nella scelta per  l’esistenza. Trasformare  il diritto di vivere in  un dovere vorrebbe dire  annullare il libero arbitrio  dell’uomo, riducendolo  a schiavo della  società.    

Per un elementare principio di coerenza  chi ritiene che la vita sia  sacra non potrà mai ritenere eticamente  lecito qualcosa che si  approssimi a un «diritto di morire»,  così come, per lo stesso principio,  chi ritiene che la vita sia  un continuo progetto di esistenzializzazione  messo in atto dal  soggetto attraverso la sua libertà, non potrà mai acquietarsi di  fronte a chi gli nega la possibilità  di esistenzializzare, con una  scelta estrema, oltre che la propria  vita anche la propria morte.  Nulla di stupefacente, quindi,  se dal Vaticano giungono sistematici  strali di protesta contro  l’eventualità di una «dolce morte».  Tuttavia alcune prese di posizioni  non mancano di sorprendere,  soprattutto per l’apparente apoditticità da cui sembrano  essere contraddistinte.

In  questo senso paiono esemplari  le parole dell’Avvenire all’indomani  della sentenza con cui la  Corte d’Appello di Milano dichiarava  legittima la sospensione  dei presidi medici che da sedici  anni tengono Eluana Englaro  in stato vegetativo permanente,  cioè in uno stato di meccanica  sospensione tra una vita e una  morte dalla «naturalità» sempre  più sfuggente.

«La decisione dei  giudici è obiettivamente necrofila  – scriveva il quotidiano della  Conferenza episcopale – perché  apre le porte alla morte e chiude  alla vita». Dalla sentenza della  Corte d’Appello a oggi è stato  un rincorrersi di pareri, ricorsi e  finanche interventi parlamentari.  Moltissimi dei quali in linea,  nella sostanza, con la posizione  vaticana: arrestare l’alimentazione  artificiale significherebbe stare  dalla parte della morte e, dunque,  contro la vita.

Argomentazione  che apparentemente non  fa una piega. Apparentemente,  perché se si prova a scavare più a  fondo si arriva a scoprire che  non è poi così facile etichettare  e distinguere tra retti difensori  della vita e necrofili partigiani  della morte.   HansJonas, probabilmente uno  dei filosofi più importanti del  Novecento e sicuramente uno  dei giganti del dibattito bioetico,  tra l’altro molto citato dalla  bioetica cattolica per le sue posizioni  «conservatrici» sulle questioni  di inizio vita, conclude  uno dei suoi più importanti interventi  sull’eutanasia in modo  paradossale: «È il concetto di vita,  non quello di morte, che in  definitiva governa la questione  del diritto di morire». Secondo  Jonas il «diritto di vivere come   fonte di tutti i diritti» include anche  il «diritto di morire». Com’è  possibile?

Quel che è da capire,  per Jonas, è se accanto al «diritto  di vivere», da tutti invocato  come argomento conclusivo  contro ogni tentativo di «staccare  la spina» a chi si trova, come  Eluana, in coma irreversibile, vi  sia anche un «dovere di vivere».  È da capire, cioè, se la società potrebbe  avere, dice Jonas, «non  solo un dovere nei confronti del  mio diritto-di-vivere, ma anche  il diritto da far valere contro di  me il mio dovere-di-vivere».

La  risposta è un secco no, perché fare  della vita un dovere incondizionato  finirebbe per condurre  a conseguenze morali «mostruose».  Imporre l’alimentazione artificiale,  come nel caso di Eluana,  oppure imporre la respirazione  artificiale, com’è stato per  Piergiorgio Welby, a un paziente  senza più alcuna speranza di  veder mutata la propria sorte e,  ovviamente, liberamente e coerentemente  decisosi per l’interruzione  del trattamento, significherebbe  per esempio negargli  la possibilità di coincidere con  sé stesso, rendendolo una terza  volta prigioniero. Prigioniero  della sua malattia, prigioniero  della volontà di un terzo, prigioniero  di una astrazione, vale a dire  di una vita ridotta a feticcio.  

Senza considerare, in tutto questo,  la posizione dell’arte medica:  il «servire la vita» che ne definisce  il senso si è ormai infatti dilatato  fino a superare, dice Jonas,  «gli antichi compiti di guarire  e alleviare il dolore», finendo  col confondere il suo scopo in  un sistematico differimento della  morte, mentre suo compito  sarebbe «mantenere viva la  fiamma della vita, non la sua cenere  ardente, per quanto essa   debba custodire anche lo spegnersi;  non lo è affatto l’imposizione  di sofferenze e l’umiliazione  che servono soltanto all’indesiderato  prolungamento dell’estinzione».   

Contro l’assurdità morale di un  dovere-di-vivere può inoltre esser  citato anche un altro importante  filosofo, Pietro Piovani,  uno dei pensatori più originali  del scuola filosofica italiana del  secondo novecento. Per Piovani  il gesto fondativo di ogni etica  sta nella scelta per l’esistenza.  Ognuno di noi nasce senza averlo  voluto e per questo, dice il filosofo  napoletano, si scopre come  «volente non volutosi», come  cosa tra cose; è la decisione per  l’esistenza che libera il soggetto  dalla cosalità originaria e lo spinge  verso un processo di soggettivazione  che lo accompagnerà,  scelta dopo scelta, fino alla morte.  

Trasformare il diritto alla vita  in dovere di vivere equivarrebbe  allora a privare, perlomeno retrospettivamente,  ognuno di  noi della possibilità fondamentale  di uscire dalla nostra cosalità  originaria. Se c’è un dovere di  vivere non c’è più spazio per alcuna  scelta, per alcuna oggettivazione  nello spazio dinamico  dell’etica. Un incondizionato  dovere di vivere che la società  potesse esigere nei confronti di  chicchessia finirebbe quindi  con l’annichilire il senso profondo  della «della decisione esistenziale  originaria», Se c’è un dovere  di vivere rischia insomma di  non esserci più posto per l’etica.  

La tecnica sta trasformando nozioni  apparentemente immutabili,  vita e morte ridefiniscono i  propri confini. Nello smarrimento  generale una cosa è certa:  sarà sempre più difficile distinguere  tra retti difensori della  vita e necrofili partigiani.