Una delle campagne internazionali di minor successo degli ultimi anni, quella per sradicare le coltivazioni di papavero in Afghanistan, torna ai vecchi tempi: polemiche, critiche alla strategia, preoccupazioni globali, controproposte. Nei giorni scorsi, dell’argomento si è occupato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ora alcune organizzazioni indipendenti stanno dando il via a campagne che propongono strategie alternative a quella ufficiale. Un po’ come ai tempi di Pino Arlacchi, l’ex zar mondiale della lotta alla droga negli anni del dominio dei talebani: con la differenza che in mezzo c’è stata una guerra, ora il Paese ha un governo eletto e le truppe occidentali sono sul territorio.
Un centro di studi europeo indipendente, in particolare, sta per lanciare un’iniziativa alternativa a quella sostenuta da Onu, Stati Uniti e principali Paesi occidentali. Il Senlis Council — un think-thank che raccoglie scienziati di tutto il mondo su posizioni tendenzialmente antiproibizioniste — terrà un seminario a Londra il 20 luglio e uno a Kabul in settembre per proporre un cambio di strategia a 180 gradi. Invece di lottare per sradicare le produzioni di oppiacei e stanziare risorse per convincere in qualche modo i contadini afghani a cambiare coltivazioni, si tratterebbe di rendere legittima la produzione e di indirizzarla, attraverso i canali dell’International Narcotics Control Board, a un uso medico.
Il Senlis Council sostiene che nel mondo c’è una carenza straordinaria di oppiacei ( morfina e codeina) da utilizzare nella cura del dolore a causa di normative nazionali vecchie e di un approccio culturale ostile da parte di molti medici: in Occidente ma soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. La loro scarsità sul mercato, sempre secondo il centro studi, si può stimare in diecimila tonnellate all’anno. Che è più del doppio delle 4.100 tonnellate di oppiacei, per lo più eroina, prodotte l’anno scorso in Afghanistan.
La teoria, dunque, è che rendendo legittimo il business del papavero in Afghanistan si strozzerebbe la criminalità che ora lo controlla e che è la fonte di fin a n z i a m e n t o principale di talebani, signori della guerra, milizie armate e baroni della droga: tutte forze che cercano di minare alle basi lo Stato democratico nascente. In più, si farebbe il bene di centinaia di migliaia di malati nel mondo. Il tutto, sostiene il Senlis Council, comprando l’intera produzione dai contadini a un prezzo non superiore ai 600 milioni di dollari l’anno, addirittura meno dei 780 milioni di quello che spenderà Washington nel 2005 per cercare di sradicare la produzione.
Alla base di tutto sta il fatto che la strategia lanciata dalle Nazioni Unite nel 1998 e portata avanti dagli Stati Uniti dopo l’ingresso a Kabul nel 2002 ha dato finora risultati pessimi. Il terreno afghano coltivato a oppiacei è arrivato nel 2004 al massimo storico, 131 mila ettari contro gli 80 mila dell’anno prima; oltre la metà del Prodotto nazionale lordo del Paese dipende dal papavero; le 34 province dell’Afghanistan sono ormai tutte interessate al business e il 10% della popolazione vive di quello. La proposta del Senlis Council — rilanciata ieri da un commento del New York Times — parte insomma da questi dati e punta a ribaltare la strategia seguita finora.
Prospettiva altamente controversa che ovviamente non trova d’accordo Antonio Maria Costa, il successore di Arlacchi a direttore esecutivo dell’Unodc, l’agenzia dell’Onu che si occupa di droghe. Costa non nega che «ci possa essere un punto interessante nella proposta». Ma esclude che possa essere «una strategia alternativa» vincente: a meno che, dice, la professione medica internazionale non decida di aumentare massicciamente l’uso di oppiacei.
In più, fa notare che nei primi mesi del 2005 i 300 uomini dell’Unodc sul campo in Afghanistan hanno notato «un calo significativo » delle superfici coltivate a papavero ( anche se le rese per ettaro saranno probabilmente superiori). «Non posso garantire un calo anche per il 2006 e il 2007 — aggiunge — . Molto dipende dalla distribuzione dei fondi per lo sviluppo» . Ma sottolinea che, come ha sostenuto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, «l’Afghanistan sta uscendo dal problema droga» , nel senso che l’oppio è sì un carburante che dà energia ai talebani ma le radici dei problemi del Paese stanno piuttosto nella mancanza di uno Stato di diritto funzionante. Il resto, dice, sono palliativi.